Chi disprezza, compra

Articolo di prossima (mi auguro) pubblicazione, dedicato a chi parla male di Pescara ma poi ci mette su casa, e a tutti quelli che riescono a scovare le crepe dietro la facciata di questa moderna, dinamica, costruenda città.

***

Pescara Città Vicina… a chi?

Di stazione in stazione alla scoperta della nostra anima berlinese

 

Quando, qualche anno fa, Qualcuno a Palazzo di Città partorì il felice slogan (anzi: claim, che fa più figo), la sottoscritta ebbe la ventura di assistere alla contestuale nascita del logo bicolore che lo correda a tutt’oggi. Biancazzurro non poteva essere, ché avrebbe compiaciuto i tifosi ma respinto tutti gli altri; l’arancione, invece, accostato al colore del mare!, del cielo! («Ma quant’è bbella Pescara con la sua bella riviera, beatattè che ci abiti!»), dava all’insieme un che di solare, contemporaneo, ideale per la città della “fuga in avanti”.

Oggi ci sarebbe da fuggire, da Pescara. Fuggire, se non altro, da alcune idee geniali rivelatesi nel tempo ben poco funzionali. Tipo? Le stazioni ferroviarie.

Ve ne sarete accorti: da qualche anno (più o meno da quando a Pescara Qualcuno si mise e ci mise in testa di vivere in una città Vicina), son spuntate qua e là delle succursali trenitaliote deputate ad avvicinare la gggènte alla causa della mobilità sostenibile («Eeeeh, ma che traffico che c’avete qua a Pescara!, ma come fate?»). 

Primo avamposto del nuovo che avanza fu San Marco — non quello che si festeggia il 25 aprile insieme alla Liberazione: quello nato e degradato in Via Aldo Moro, zona cooperative Aternum. Per chi in questo quartiere vive e lavora (il bunker dell’Agenzia delle Entrate è giusto qua vicino) sarebbe una gran bella cosa: i radi mezzi pubblici che ci transitano pigramente, quando va bene ogni venti-trenta minuti, sono gli autobus 14 e 15. In tali immote condizioni, l’esito della scommessa trenitaliota pareva scontato. Se non fosse che a guardarla meglio, ‘sta ministazione, si scopre che ciò che da lontano appare bello e suggestivo, da vicino, come in un quadro impressionista, rivela buchi, lacune, mancanze.

I graffiti che decorano la sua grigia muraglia testimoniano amori di periferia, passioni calcistico-politiche, in un afflato poetico oscillante tra Moccia e Pasolini: L’INVIDIA VI S’ARMA’GN!!!, IL MIO CUORE NELLE TUE MANI E’ COME UN TESORO NELLA CASSAFORTE. STELLINA, LA SMETTI DI SCOPARE CON LUI??? («Ma quanto siete simpatici e aperti, voi pescaresi: proprio una bella città!»). Se però fossi un disabile, un anziano, una mamma con bambino&passeggino, una persona un po’ fuori forma o con un bagaglio un bel po’ pesante, dopo l’amena lettura cercherei un modo comodo per inerpicarmi sulla pensilina. Non c’è. L’ascensore è rotto, o non funzionante, che è lo stesso. Tocca arrancare sulla rampa di cemento. Ohhhh, però ne è valsa la pena! Un ridente panorama di impianti sportivi, casermoni a pannelli solari, desolazione urbana ti si para dinanzi. Con un po’ di immaginazione, pare di essere alla periferia di Berlino, con l’avveniristico edificio Fater by Fuksas dietro l’angolo e in più la vista su lu Gran Sasse, sembra così vicino! Se poi mentre sei persa in contemplazione ti si approssima un angelico tossico in vena di euri o un diabolico decerebrato assetato di incontri ravvicinati, cavoli tuoi: di telecamere, pulsanti di allarme, sistemi di sicurezza a tutela della Kartoffel manco l’ombra; giusto un neon allucinato a rischiarare l’unico binario agonizzante («Eeeeeh, ma come sei paranoica! Mica siamo a Roma, qua!»). Sarà pure una città ancora a misura d’uomo, Pescara, ma di donna non mi pare. Roba da farsela addosso, se non fosse che i servizi igienici non ci sono. Comunque. Invece di criticare, sbrigati a tirar fuori il biglietto, ché il treno sta per arrivare. Oooops, veramente ero di corsa, non ho fatto in tempo a comprarlo! Tranquiiilllooo, c’è il tabaccaio qua vicino, ti informa un solerte pensionato-con-cane – solo seicento passi A/R, e spera di trovarlo aperto: far da sé non è possibile, mancano le stupide, semplici, scontate macchinette automatiche. In soldoni, se proprio devi prendere un treno da qua hai quattro opzioni: 

farti fare in anticipo un biglietto o abbonamento chilometrico;

acquistarlo di volta in volta al famoso tabaccaio (aperto?); 

farti multare dal controllore una volta che, salita sul treno, gli chiedi per cortesia di fartelo lui, il biglietto;

andare alla Stazione Centrale a fartelo (fare), ma già che ormai ci sei, potresti prendere il treno da là. E prendere la macchina, la prossima volta.

Alla stazione di Pescara Tribunale andrà meglio, ne sei sicura.

Cammina cammina, tra cacche di piccione, asfalto a groviera, sterpaglie incolte, mattonelle sconnesse e automobilisti arrapati, spuntano un altro bunker e un’altra muraglia. Senza troppi graffiti, stavolta: siamo pur vicini al tempio della Legge. Un tunnel bassetto e buietto, appetitosa esca per tossici e decerebrati assortiti, conduce agli scalini del primo e secondo binario. Toh, pure due ascensori!, peccato siano fuori servizio. Fuori uso, spesso e volentieri, pure le obliteratrici, testimoniano gli studenti della vicina Università – ma si sa, son sempre pronti a lamentarsi quelli! ‘Na bella vista però, anche da qua: San Silvestro & le sue antenne, la fontana di Spalletti occhio muschiato nel cemento che ride, vertiginosi palazzi nuovi di zecca affiancati da gru e betoniere, in un’ansia di (ri)costruzione che manco Berlino. L’arrivo consecutivo di due treni schizofrenici – nipponico Minuetto di ultima generazione, Sangritana anteguerra — ti parla di una città con l’anima divisa in due, come il suo logo bicolore: quella ovattata e luccicante che “sta avanti”, quella rognosa rugginosa e bisognosa che sbuffa, arranca e resta indietro. A proposito di bisogno, il cesso non c’è. Oh, ma che ‘stìppenzà, pènza a lu bigliette! Figuriamoci: vuoi che vicino ai principi del Foro e ai baroni universitari Trenitalia non abbia piazzato almeno una macchinetta automatica? Veramente, no. «Qua si scende e si sale soltanto», filosofa il cassintegrato-con-cane a cui chiedi lumi, però ci sarebbe il tabaccaio del Tribunale qua vicino, seicento passi A/R. Oppure gli autobus 7 e 15, ogni trenta minuti. Grazie tante, mi sa che prendo la macchina.

Ripetuti slalom tra avvolgenti rotatorie, eccoti a Portanuova. Auà, il Molino! Che figata ‘sto palazzone scalinato, pare Berlino! E la facciata della stazione, che meraviglia: liberty contemporaneo, perfettamente in tono con i palazzi ristrutturati della vicina Pescara Vecchia. Operai senza casco protettivo («Evvabbé, mò stìvvedè lu capèll, marònn che pesante che sei!») lavorano alacremente nella costruenda stazioncina. Manco tanto piccola, eh: piccoli, al momento, sono i tunnel e gli scalini senza ascensore ma ok, stavolta ci son lavori in corso – e infatti si cammina in mezzo agli avanzi di cantiere. Vento nei capelli sui binari con panorama ferrocementizio incorporato, l’ampia visuale ininterrotta senza l’ombra di macchinette per i biglietti. Per quelli puoi provare al bar qui vicino, consiglia il senzatetto-con-cane parcheggiato all’uscita  – trecento passi solo andata: no, non vendono biglietti FS. Già che sei entrata, però, potresti approfittarne per andare al cesso, ché nella stazione non c’era – ma tranquiiilllooo, tra poco ci metteranno quelli di ultima generazione! E già che ormai sei di fronte a San Cetteo pigli un autobus qualunque, destinazione Stazione Centrale.

Ci hanno messo trent’anni a farla però mò, che gli vuoi dì? Bella!, grande!, moderna!, con ascensori macchinette cessi fun-zio-nan-ti, il centro città vicino (Vicina?), non gli manca NIENTE, anzi ce l’invidia l’Italia intera! 

Cosa manca? Sarebbe il caso di chiederlo ai malcapitati che ci sbarcano dopo le 21.30: una terra di nessuno punteggiata di derelitti. 

Sì, al primo binario c’è la Polizia automunita, con sgommata alla Starsky e Hutch incorporata non appena spunta una faccia scura — i tossici che ti si affilano appresso, i marpioni i puttanieri i ladri con la vista ad infrarossi, quelli li lasciano stare, fanno tanto “colore locale”. 

Sì, al piano terra ci sono la biglietteria, il punto informazioni, una libreria, un punto ristoro, un tabaccaio-regalaio, due edicole, un paio di (quasi ex) negozi… chiusi, ci mancherebbe: mica siamo a Berlino.

 

P.S. mezzopienista: Mica va sempre tutto male. In ogni stazione ho trovato segnaletica in inglese e/o Braille — queste sì, molto nordeuropee. Se non altro, turisti e non vedenti hanno un servizio base assicurato. Ma a tutti gli altri, chi gli sta vicino?

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