Archive for aprile 2009

Presentazione last-minute

30 aprile 2009

Vi trovate a Bologna e cercate un’alternativa al solito happyhour?
Alle 19.30 presso la libreria Zammù in via Saragozza 32/a, all’interno della rassegna “Dalla A allo Zammù”, Francesca Bonafini presenterà Sulla breccia, il romanzo di Caterina Falconi (ne ho già parlato qui e qui).
Sarà presente l’autrice, siàteci anche voi!

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Ideuzza-in-regalo per first-lady inviperita

29 aprile 2009

Stimata Veronica,
di solito faccio pagare (cari?) i risultati dei miei brainstorming, ma dato che mi stai simpatica farò un’eccezione: la prossima volta che il Comunicat(t)ore te ne combina una delle sue, invece di rivolgerti all’Ans(i)a dai voce alla tua rabbia con uno spot di Pubblicità Progresso: saresti una testimonial perfetta.
P.S.: se poi avessi bisogno di una ghost-writer di rinforzo, son qui a disposizione.

Sconfinamenti

23 aprile 2009

Ammorbata da manifesti elettorali ai confini della decenza, me ne vado per qualche giorno oltre i confini regionali (ma non tanto lontano come un anno fa, purtroppo).

Dallo Street allo Static Food

22 aprile 2009

Gentile immigrato pakistano, emigrante napoletano,
sei miracolosamente riuscito a metterti in proprio a Milano, magari in uno dei pochi modi legali rimasti, vale a dire preparando e smerciando le delizie della tua terra, magari in un posticino senza pretese, da un morso e via? Vedi un po’ di non allargarti troppo… sai com’è, anch’io nel mio piccolo ho le mani legate.
Casti saluti,
Roberto Formigoni

Gentile meridionale cumm’a mmè,
se qui non fossimo già disastrati e impoveriti anche di spirito, ti inviterei a emigrare ancora una volta: il piccolo grande piacere di addentare una pizzetta, gustare un gelato, sbranare un kebab o un arrosticino on the road… almeno quello, almeno per adesso, nessuno ce lo tocca.
Cari saluti,
XXX

Credere, obbedire, ribattere

21 aprile 2009

Pedalando lungo la riviera affollata di terremotati sfollati, chi ti incrocio? Un ex compagno di scuola con nero rottweiler al guinzaglio e nera felpa con su serigrafato il volto di Mussolini! Una nera cappa di incredula depressione mi copre, guardo ancora gli aquilani diventati pescaresi controvoglia e penso che ci son cose ben peggiori… per esempio quel 6×3, sfondo azzurro ultraterreno, su cui un candidato sindaco (sì, di centrodestra), mezzobusto ieratico, mano sul cuore, occhio tra il fisso e il lesso, recita: Io Credo in Te.
Mi avvicino, sperando nel Pasquino di turno. E infatti eccotela la risposta, scarabocchiata appena sotto, a pennarello nero: SIAMO NOI CHE NON TI CREDIAMO!
Luci e ombre, as usual.

I miei Emirati

20 aprile 2009

Prima dell’11 settembre e della strizza dell’aereo,
prima dell’ingresso nell’Euro e nel copywriting,
prima che diventassero di moda e che ci andassero tutti, perfino Walter Siti:
una personale cronaca del mio minisoggiorno in Bahrein.

***

Mattinata qualunque del novembre 2000. Mi telefona la traduttrice-interprete professionista con cui collaboro da freelance:
“Ciao Franca, vuoi andare in Bahrein?”
“(Risata)”
“Guarda che non è uno scherzo.”
“Gasp… quando?”
“Domani. Hai due ore di tempo per pensarci.”
“… Guarda, ho già deciso: sì!”
Accetto prima ancora di sapere bene come, con chi, quanto, etc. Entro l’ora di pranzo ho già mandato a quel paese tutti gli altri impegni, sprofondando in una frenesia preparatoria che si arresta soltanto la sera seguente, quando con passaporto in regola, valigia zeppa dei vestiti estivi più chic, zaino con documenti riservati in versione inglese e italiana riguardanti una certa trattativa, aspetto in stazione che un certo manager mi venga a prendere. Prego di non ritrovarmi davanti il tipico cumenda in giacca cravatta e ventiquattrore; arriva invece un quarantenne rubizzo e ben pasciuto, giacca stazzonata, senza cravatta. Salgo sulla sua Mercedes e partiamo per Roma. Durante il viaggio e la cena in ristorantone adotto la mia tattica da incontro al buio, l’intervista: gli faccio domande su domande e lo lascio parlare e parlare. A Roma andiamo a dormire allo Sheraton, tanto paga l’azienda. Levataccia, volo antelucano per Parigi, incontro all’aeroporto Charles de Gaulle con il direttore generale dell’azienda, un tardocinquantenne abruzzese naturalizzato francese, scappato in Francia a diciott’anni per non fare il militare e arrivato al top della scala sociale grazie a un buon matrimonio; pranzo con formaggi e vini francesi, partenza pomeridiana per Al-Manamaa, capitale del Bahrein. Otto ore di volo Gulf Air tra hostess velate in uniforme grigio-violetta e aitanti steward stronzi che non mi rispondevano se gli rivolgevo la parola (mi capiterà più volte nei giorni seguenti con altri uomini arabi), visione ripetuta di film di Woody Allen in versione originale sullo schermo a cristalli liquidi dello schienale di fronte al mio, battutacce da camionista e detti abruzzesi dei due compagni di viaggio — ormai abbiamo rotto il ghiaccio.
Arrivo a notte fonda, fuori dall’aereo ci aspettano una vampata di umidità a 35 gradi, chilate di moduli di ingresso da compilare in inglese, salata tassa di ingresso da pagare (scopro che il dinaro bahreiniano vale 6000 lire), breve interrogatorio (Chi siete, dove andate, sì ma quanti siete, e perché andate, ma chi siete, e quanto restate, e perché restate, basta che pagate!). Il taxi ci porta all’Intercontinental, un mostro di 20 piani, sfolgorante di luci parquet marmi cristalli, piscine, boutiques Chanel, Ferrè, Rolex, cinque ristoranti, sala conferenze, sala computer, sala parrucchiere e chissà quant’altro. Mai visto in vita mia un lusso così sfrenato. Gli ospiti dell’hotel, mancoaddirlo, sono tutti uomini, la maggior parte corpulenti locali in djellaba bianca, più rari americani e giapponesi. Evito di chiedermi cosa penseranno di me, dei miei jeans, della mia giacca di pelle (“It has travelled a lot!”, scherzo indicandola ad un inserviente indiano che continua ostinatamente a fissarla, e lui di rimando: “I see it!”).
Ingresso in camera con tessera magnetica: fiori freschi ma inodori sul tavolino, cioccolatini svizzeri sparsi su uno dei tanti cuscini del faraonico letto a 3 piazze, toiletries firmate sulla mensola del bagno con moquette alta dieci centimetri, frigobar zeppo di liquori da ogni parte del mondo, finestre blindate e semioscurate con vista sul Golfo Persico, attorno all’Intercontinental solo palme, palme, e hotel altrettanto mastodontici. La TV trasmette canali arabi e CNN. Va forte una telenovela dove un lui e una lei vestitissimi e truccatissimi si corteggiano a rispettosa distanza tra canti, sorrisi, cavalli bianchi, tramonti di fuoco.
Il grande incontro con “l’arabo”, cioè il titolare dell’azienda in joint-venture con quella dei miei aziendali amici italiani, avviene il giorno dopo. Stavolta mi vesto più elegante che posso ma evitando spacchi e scollature; i miei rustici accompagnatori hanno su cravatte e completi impeccabili. Una Rolls bianca ci preleva appena fuori dall’hotel e ci porta nella zona industriale della città, piena di capannoni e di operai indiani e pakistani. Mi avvertono: tu saluta tutti, ma non ti offendere se qualcuno non ti risponde o non ti dà la mano.
Al momento delle presentazioni quasi tutti gli uomini presenti (il capo dei capi, due dei suoi 25 figli – uno per ogni azienda – avuti da 5 mogli diverse, più vari tirapiedi) mi fanno un discretissimo cenno. La riunione inizia subito, c’è anche una manager francese ovviamente molto grintosa, ovviamente targata Chanel da capo a piedi, ovviamente con Rolex diamantato al polso. La vedo radiografarmi il tailleur di lino bianco, sorridere al mio Swatch. Non mi scompongo, le sorrido di rimando con l’educata, perfida cortesia di cui solo le donne sono capaci. Mi siedo accanto agli abruzzesi, ho appena il tempo di pensare “Oddio ma chi me l’ha fatto fare???”, che subito l’arabo e i suoi figli cominciano a parlare inglese con accento americano (uno ha studiato alla UCLA, l’altro al MIT, dicono). Una serie di schermaglie, accuse, blandizie, accenni di accordo che va avanti per tre ore senza molto succo.
Torniamo in hotel, la testa mi gira dopo tanto tradurre, gli abruzzesi mi dicono Fai quello che ti pare, noi dobbiamo parlare, ci vediamo più tardi, così mi lancio nell’esplorazione (dell’hotel naturalmente, che di andare fuori da sola non se ne parla nemmeno) in pieno stile Alice nel paese delle meraviglie. In ascensore un arabo ciccio attacca bottone in arabo, al mio “Sorry?”, diventa rosso e si scusa: “Sorry, I thought you were Lebanese”. A tarda sera il “capo” mi convoca e mi fa fare la segretaria fino all’una, dettandomi in un confuso miscuglio di abruzzese e francese una lunga e incazzata lettera per il partner arabo da tradurre in inglese.
Sarà la prima di una lunga serie; passeremo i successivi tre giorni, pranzi e riunioni compresi, a discutere e contrattare, con l’involtino di foglie di vite-la falafel-il budino-la salda piccante nella strozza, perché questi non si mettono mai d’accordo su chi deve fare e/o pagare cosa, sui termini di questa joint venture per la gestione dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani di Al-Manamaa. Nei ritagli di tempo ascolto il muezzin che canta, con bellissimo effetto esotico-mistico-orwelliano, ordino English Tea e la colazione in camera (pulita quattro volte al giorno), razzìo carta intestata, penne a sfera e matite col marchio Intercontinental, visito una moschea (previa tangente, a piedi scalzi e coperta da burqua in prestito), scatto foto a beneficio degli increduli, respingo le avances del manager più giovane (“ma che fai tu nella vita quando non fai l’interprete? L’insegnante? Aaah, ma allora sei femminista e comunista!”), trasecolo alla vista di rare donne coperte da funesti burqa, sfoglio quotidiani locali in lingua inglese e alle pagine degli annunci di lavoro leggo: COPYWRITERS WANTED. Mi chiedo cosa farà mai un copy, come sarà mai fare il copy in Bahrein; due mesi più tardi, comincerò il mio percorso da junior in Italia.
Quando ripartiamo quasi mi dispiace, ma sono anche contenta, anzi felice di esserci andata senza starci a pensare troppo, di aver avuto l’occasione, anche se breve, di respirare un mondo tanto diverso dal mio e di avercela fatta a interpretare. All’aeroporto nuovo interrogatorio, nuove tasse (di uscita), più perquisizione (corporale e di bagagli: chissà cosa avranno detto al manager giovane che si era imboscato addirittura accappatoio e gruccia firmati), nuovo volo Gulf Air, nuove hostess velate e steward stronzi, ulteriori confidenze matrimoniali e battutacce da caserma mentre me ne sto seduta in mezzo agli abruzzesi; inaspettato scalo in Oman con duty-free a base di diamanti, Ferrari e Rolls e locali che mi guardano come se fossi una marziana, forse è il mio neo in fronte che li confonde, sarà italiana, libanese o indiana? Un po’ di confusione ce l’ho in testa pure io, unita a una grande euforia, penso che l’avrei fatto anche gratis!, e invece, oltre a volo e soggiorno pagati, mi beccherò una bella diaria, che spenderò subito-subito per una cucina nuova.

Bella scoperta!

19 aprile 2009

Esilarante e intelligente: due aggettivi che è raro trovare insieme, specie se li si applica ai programmi televisivi. Ieri sera però il miracolo è accaduto nel corso di uno zapping, con la scoperta di “Grazie al cielo sei qui”. Varietà fondato sull’improvvisazione, è riuscito ad inchiodarmi davanti allo schermo e a farmi ridere (altre due cose che raramente vanno di pari passo): merito del “bravo presentatore”, della sorprendente giuria tecnica, ma soprattutto delle capacità, dell’autoironia, del coraggio di mettersi in gioco per cinque brevi, lunghissimi minuti dei partecipanti, reclutati tra professionisti e non. Certo, questo format straniero è la classica scoperta dell’acqua calda: sin dai tempi della commedia dell’arte passando per Shakespeare fino a Totò gli attori hanno messo alla prova le proprie doti e deliziato il pubblico improvvisando su striminziti canovacci; ma in tempi televisivi di risate finte e lacrime vere, queste “pillole” di instant-comedy hanno un gusto davvero rinfrescante.

Una tira l’altra

16 aprile 2009

In fatto di letture (ma non solo), credo molto alle coincidenze. Credo cioè che i libri migliori si trovino per caso, e che si leggano proprio quelli che in quel momento si ha bisogno di leggere. Credo che certi libri ti chiamino a sé, e che si chiamino anche tra sé, in un misterioso intreccio di connessioni, rimandi ed affinità che è bene non indagare troppo. E’ così che, nell’ultimo mese, il mio comodino si è ritrovato ad ospitare i libri di due autrici che a prima vista non potrebbero essere più diverse tra loro: il primo romanzo di un’esordiente italiana e un evergreen di un’inglese consacrata (ormai nel secolo scorso) dal Booker Prize.
La prima, Caterina Falconi, mi onora della sua amicizia (e perfino di una dedica!) da quando abbiamo condiviso la gioia della pubblicazione; la seconda, Anita Brookner, l’avevo già incrociata spulciando schedari universitari, ripromettendomi prima o poi di leggerla, fino a quando il mio personale pusher di libri l’ha scovata a prezzo stracciato, in una vecchissima ma ancora attualissima traduzione, riproposta pari pari l’anno scorso da un altro editore.
Il nesso tra due autrici apparentemente così distanti si esplicita innanzitutto nella scelta delle protagoniste dei loro romanzi: due donne che, vuoi per indole, vuoi per scelte sbagliate, si ritrovano sole ed insoddisfatte, desiderose di un cambiamento decisivo nella propria vita.
Lo strumento prescelto per il proprio riscatto sociale ed esistenziale passa, in un primo momento, per la scrittura: “E’ un tentativo di arrivare agli altri e di far sì che ti amino. E’ la tua istintiva protesta quando ti accorgi di non aver voce nei tribunali del mondo e che non c’è nessuno che parlerà in tuo favore. Io darei il mio intero patrimonio di parole, passate, presenti e a venire, in cambio di un accesso più facile al mondo, in cambio del permesso di affermare “mi fa male” o “detesto” oppure “desidero”. O, in verità, per dire: “Guardatemi”. Così la brookneriana Frances. La Silvia di “Sulla breccia”, invece, “Quando era un po’ più giovane sognava di diventare una scrittrice. E aveva buttato giù tre racconti brevi, di getto. Ma quando aveva provato a scrivere un romanzo si era accorta di non avere costanza sufficiente. E aveva rinunciato.”
Sia Frances che Silvia potrebbero quasi rassegnarsi ad una vita incolore, a una quotidianità scandita da abitudini incancrenitesi negli anni, ad improbabili sogni di gloria letteraria, se non fosse per il doloroso confronto con le vite di amiche più appariscenti, sfrontate e fortunate: la bionda Alix, che con “la faccia ridente, con i capelli in disordine e i denti rapaci (…) faceva pensare a immense riserve di appetiti e di piacere”; la rossa ossigenata Cinzia, che “… sembrava una vecchia saggia e un po’ laida intrappolata in un corpo da giovane”, e soprattutto per la crescente presenza, sentita e sofferta, dell’Altro, di un uomo: tanto prossimo da essere amico, ma per varie ragioni impossibile da avere tutto per sé.
I personaggi maschili di “Guardatemi” e “Sulla breccia” sono anch’essi molto simili: nella loro aura da principe azzurro, nel ruolo di eroe salvifico su cui le donne proiettano le proprie fantasie di fuga, il proprio bisogno d’amore. Entrambi, pagina dopo pagina, emergono dall’iniziale nuvola idealizzante per rivelarsi nella propria fragilità e crudeltà di esseri umani; ciò, ovviamente, non farà che renderli ancora più cari e desiderabili… ma non andrò certo a raccontarvi come va a finire tra Frances e James, Silvia e Angelo, con quali eventi, figure e fantasmi dovranno misurarsi, in cosa i loro percorsi si differenzieranno: lo scoprirete solo leggendo.

Most Hated Words

15 aprile 2009

A dieci giorni dal terremoto, la mia personale “Top Five”.

1. Magnitudo = Intensità sismica espressa in una cifra corredata di decimali, ossessivamente reiterata ed aggiornata da agenzie, notiziari flash, siti web, quotidiani, stazioni radio, telegiornali. Suscita nei lettori/ascoltatori forti sensazioni di impotenza frammiste ad ignoranza.
2. Sciame = Snervante, imponderabile, altalenante successione sismica che mina ogni singola stupida azione quotidiana (scelta del parcheggio auto, tempistica delle incombenze domestiche, perseguimento dei progetti professionali, spreco del tempo libero). Particolarmente temuto, atteso e frequente di notte, porta con sé svariati Effetti Collaterali.
3. Effetti collaterali = Aumento dell’acquisto/assunzione di tranquillanti. Aumento dell’ingestione di cibi voluttuari e/o alcolici. Aumento del numero e/o dell’ammontare di ricariche telefoniche. Aumento dei consumi di energia elettrica. Aumento dei livelli di rincoglionimento negli anziani, di iperattività nei giovani, di frustrazione negli adulti. Aumento del tasso individuale di socialità ed affettività.
4. Esperto = Studioso di geologia, fisica, ingegneria etc. che gode del suo quarto d’ora di celebrità mediatica combinando in modo sempre diverso, sempre soggettivo i concetti di Magnitudo e Sciame.
5. Forte e Gentile = inflazionatissima aggettivazione, storicamente associata all’intima natura del popolo abruzzese.

Auspici americani

12 aprile 2009

Le prove della vita, naturalmente, non hanno mai fine. Tutti sono destinati a sperimentare infelicità e disgrazie, ma ora ho come una sensazione, una sensazione che prima non c’era, e che non si ferma alla superficie delle cose, ma mi pervade fino al profondo del cuore: ce l’abbiamo fatta. Ora tutto andrà meglio. Queste cose si sentono.

Robert M. Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta (traduzione di Delfina Vezzoli), p. 392, Adelphi 1981.