I miei Emirati

Prima dell’11 settembre e della strizza dell’aereo,
prima dell’ingresso nell’Euro e nel copywriting,
prima che diventassero di moda e che ci andassero tutti, perfino Walter Siti:
una personale cronaca del mio minisoggiorno in Bahrein.

***

Mattinata qualunque del novembre 2000. Mi telefona la traduttrice-interprete professionista con cui collaboro da freelance:
“Ciao Franca, vuoi andare in Bahrein?”
“(Risata)”
“Guarda che non è uno scherzo.”
“Gasp… quando?”
“Domani. Hai due ore di tempo per pensarci.”
“… Guarda, ho già deciso: sì!”
Accetto prima ancora di sapere bene come, con chi, quanto, etc. Entro l’ora di pranzo ho già mandato a quel paese tutti gli altri impegni, sprofondando in una frenesia preparatoria che si arresta soltanto la sera seguente, quando con passaporto in regola, valigia zeppa dei vestiti estivi più chic, zaino con documenti riservati in versione inglese e italiana riguardanti una certa trattativa, aspetto in stazione che un certo manager mi venga a prendere. Prego di non ritrovarmi davanti il tipico cumenda in giacca cravatta e ventiquattrore; arriva invece un quarantenne rubizzo e ben pasciuto, giacca stazzonata, senza cravatta. Salgo sulla sua Mercedes e partiamo per Roma. Durante il viaggio e la cena in ristorantone adotto la mia tattica da incontro al buio, l’intervista: gli faccio domande su domande e lo lascio parlare e parlare. A Roma andiamo a dormire allo Sheraton, tanto paga l’azienda. Levataccia, volo antelucano per Parigi, incontro all’aeroporto Charles de Gaulle con il direttore generale dell’azienda, un tardocinquantenne abruzzese naturalizzato francese, scappato in Francia a diciott’anni per non fare il militare e arrivato al top della scala sociale grazie a un buon matrimonio; pranzo con formaggi e vini francesi, partenza pomeridiana per Al-Manamaa, capitale del Bahrein. Otto ore di volo Gulf Air tra hostess velate in uniforme grigio-violetta e aitanti steward stronzi che non mi rispondevano se gli rivolgevo la parola (mi capiterà più volte nei giorni seguenti con altri uomini arabi), visione ripetuta di film di Woody Allen in versione originale sullo schermo a cristalli liquidi dello schienale di fronte al mio, battutacce da camionista e detti abruzzesi dei due compagni di viaggio — ormai abbiamo rotto il ghiaccio.
Arrivo a notte fonda, fuori dall’aereo ci aspettano una vampata di umidità a 35 gradi, chilate di moduli di ingresso da compilare in inglese, salata tassa di ingresso da pagare (scopro che il dinaro bahreiniano vale 6000 lire), breve interrogatorio (Chi siete, dove andate, sì ma quanti siete, e perché andate, ma chi siete, e quanto restate, e perché restate, basta che pagate!). Il taxi ci porta all’Intercontinental, un mostro di 20 piani, sfolgorante di luci parquet marmi cristalli, piscine, boutiques Chanel, Ferrè, Rolex, cinque ristoranti, sala conferenze, sala computer, sala parrucchiere e chissà quant’altro. Mai visto in vita mia un lusso così sfrenato. Gli ospiti dell’hotel, mancoaddirlo, sono tutti uomini, la maggior parte corpulenti locali in djellaba bianca, più rari americani e giapponesi. Evito di chiedermi cosa penseranno di me, dei miei jeans, della mia giacca di pelle (“It has travelled a lot!”, scherzo indicandola ad un inserviente indiano che continua ostinatamente a fissarla, e lui di rimando: “I see it!”).
Ingresso in camera con tessera magnetica: fiori freschi ma inodori sul tavolino, cioccolatini svizzeri sparsi su uno dei tanti cuscini del faraonico letto a 3 piazze, toiletries firmate sulla mensola del bagno con moquette alta dieci centimetri, frigobar zeppo di liquori da ogni parte del mondo, finestre blindate e semioscurate con vista sul Golfo Persico, attorno all’Intercontinental solo palme, palme, e hotel altrettanto mastodontici. La TV trasmette canali arabi e CNN. Va forte una telenovela dove un lui e una lei vestitissimi e truccatissimi si corteggiano a rispettosa distanza tra canti, sorrisi, cavalli bianchi, tramonti di fuoco.
Il grande incontro con “l’arabo”, cioè il titolare dell’azienda in joint-venture con quella dei miei aziendali amici italiani, avviene il giorno dopo. Stavolta mi vesto più elegante che posso ma evitando spacchi e scollature; i miei rustici accompagnatori hanno su cravatte e completi impeccabili. Una Rolls bianca ci preleva appena fuori dall’hotel e ci porta nella zona industriale della città, piena di capannoni e di operai indiani e pakistani. Mi avvertono: tu saluta tutti, ma non ti offendere se qualcuno non ti risponde o non ti dà la mano.
Al momento delle presentazioni quasi tutti gli uomini presenti (il capo dei capi, due dei suoi 25 figli – uno per ogni azienda – avuti da 5 mogli diverse, più vari tirapiedi) mi fanno un discretissimo cenno. La riunione inizia subito, c’è anche una manager francese ovviamente molto grintosa, ovviamente targata Chanel da capo a piedi, ovviamente con Rolex diamantato al polso. La vedo radiografarmi il tailleur di lino bianco, sorridere al mio Swatch. Non mi scompongo, le sorrido di rimando con l’educata, perfida cortesia di cui solo le donne sono capaci. Mi siedo accanto agli abruzzesi, ho appena il tempo di pensare “Oddio ma chi me l’ha fatto fare???”, che subito l’arabo e i suoi figli cominciano a parlare inglese con accento americano (uno ha studiato alla UCLA, l’altro al MIT, dicono). Una serie di schermaglie, accuse, blandizie, accenni di accordo che va avanti per tre ore senza molto succo.
Torniamo in hotel, la testa mi gira dopo tanto tradurre, gli abruzzesi mi dicono Fai quello che ti pare, noi dobbiamo parlare, ci vediamo più tardi, così mi lancio nell’esplorazione (dell’hotel naturalmente, che di andare fuori da sola non se ne parla nemmeno) in pieno stile Alice nel paese delle meraviglie. In ascensore un arabo ciccio attacca bottone in arabo, al mio “Sorry?”, diventa rosso e si scusa: “Sorry, I thought you were Lebanese”. A tarda sera il “capo” mi convoca e mi fa fare la segretaria fino all’una, dettandomi in un confuso miscuglio di abruzzese e francese una lunga e incazzata lettera per il partner arabo da tradurre in inglese.
Sarà la prima di una lunga serie; passeremo i successivi tre giorni, pranzi e riunioni compresi, a discutere e contrattare, con l’involtino di foglie di vite-la falafel-il budino-la salda piccante nella strozza, perché questi non si mettono mai d’accordo su chi deve fare e/o pagare cosa, sui termini di questa joint venture per la gestione dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani di Al-Manamaa. Nei ritagli di tempo ascolto il muezzin che canta, con bellissimo effetto esotico-mistico-orwelliano, ordino English Tea e la colazione in camera (pulita quattro volte al giorno), razzìo carta intestata, penne a sfera e matite col marchio Intercontinental, visito una moschea (previa tangente, a piedi scalzi e coperta da burqua in prestito), scatto foto a beneficio degli increduli, respingo le avances del manager più giovane (“ma che fai tu nella vita quando non fai l’interprete? L’insegnante? Aaah, ma allora sei femminista e comunista!”), trasecolo alla vista di rare donne coperte da funesti burqa, sfoglio quotidiani locali in lingua inglese e alle pagine degli annunci di lavoro leggo: COPYWRITERS WANTED. Mi chiedo cosa farà mai un copy, come sarà mai fare il copy in Bahrein; due mesi più tardi, comincerò il mio percorso da junior in Italia.
Quando ripartiamo quasi mi dispiace, ma sono anche contenta, anzi felice di esserci andata senza starci a pensare troppo, di aver avuto l’occasione, anche se breve, di respirare un mondo tanto diverso dal mio e di avercela fatta a interpretare. All’aeroporto nuovo interrogatorio, nuove tasse (di uscita), più perquisizione (corporale e di bagagli: chissà cosa avranno detto al manager giovane che si era imboscato addirittura accappatoio e gruccia firmati), nuovo volo Gulf Air, nuove hostess velate e steward stronzi, ulteriori confidenze matrimoniali e battutacce da caserma mentre me ne sto seduta in mezzo agli abruzzesi; inaspettato scalo in Oman con duty-free a base di diamanti, Ferrari e Rolls e locali che mi guardano come se fossi una marziana, forse è il mio neo in fronte che li confonde, sarà italiana, libanese o indiana? Un po’ di confusione ce l’ho in testa pure io, unita a una grande euforia, penso che l’avrei fatto anche gratis!, e invece, oltre a volo e soggiorno pagati, mi beccherò una bella diaria, che spenderò subito-subito per una cucina nuova.

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