Archive for maggio 2009

Oh, Cherry Day…

31 maggio 2009

Spinta dalla frenesia di ciliegie fresche-fresche di stagione e dalla snobberia di evitare almeno una volta nella vita Cantine Aperte, metto alla prova le mie discutibili capacità di orientamento dirigendomi in macchina verso Giuliano Teatino. Mi perdo, alla faccia delle mappe. A salvarmi dalla boscaglia teatina e dai lazzi dei paesani appollaiati fuori dai bar arriva una strega buona, un’ottuagenaria accartocciata e monòcola, che prima di reindirizzarmi nella civiltà mi squadra ben bene e mi chiede: 1) se so leggere, e 2) se so leggere i cartelli stradali, “ché oggi, se non sai leggere, non vai da nessuna parte!”. Eh, me ne sono accorta sì. Rimetto in moto, la vedo dallo specchietto che alza una mano nella mia direzione: saluto, anatema o benedizione? Credo l’ultima dei tre, perché anche se ha iniziato a piovere, la strada sdrucciola e la visibilità latita, trovo infine il paesello. Impossibile sbagliarsi, è lui: ovunque — appena fuori, dentro, sotto, sopra: OVUNQUE, trionfano alberi e alberi e alberi stracarichi di ciliegie. Mi inoltro nella mischia allegra della sagra e, finalmente, compro: 2 marmellate (ciliegie e visciole), 2 dolci (crostata e rotolo alla marmellata di ciliegie), e ovviamente un chilo di ciliegie belle croccanti e saporite — le avevo mangiate già come frutta a fine pranzo, ma vuoi mettere il sapore paesano del “colto e mangiato”? Che soddisfazione!
In sottofondo, imprecazioni di vigili urbani alle prese con carri allegorici, canzoni del secolo scorso a tutto volume, paesani che si fregano le mani, felici di aver fregato noi cittadini con la scusa della genuinità, e un altoparlante che invita tutti a iscriversi alla GARA DELLO SPUTO DEL NOCCIO DI CILIEGIA. Vince chi sputa più lontano… mi ricorda qualcosa, brucio dalla voglia di mettermi alla prova, ma la timidezza prevale.
In macchina il profumo dei dolci trapassa le spesse buste di plastica, torturandomi. Mi vendico una volta a casa, riducendoli in briciole. E già che ci sono, attacco pure le ciliegie. Aaaaah. A fatica ne lascio qualcuna, ma c’è pur sempre la cena! Squilla l’odiato cellulare, una voce amica mi invita a passare a casa sua: “vieni, ché ti devo regalare un po’ di CILIEGIE, appena colte con le mie mani”…

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I fratelli che ti scegli

28 maggio 2009

Niente critiche stavolta: questa sì, che mi piace (dedicato a tutti gli amici per cui ho cucinato, e a tutti quelli per cui devo ancora cucinare).

Ju Tarramutu – Un’orazione civile da un Abruzzo più forte, meno gentile

26 maggio 2009

Dopo quasi sei mesi di scosse (ebbene sì: il terremoto, pur se meno forte, continua a farsi sentire quotidianamente, ma ormai solo la stampa locale ne dà notizia), di soccorsi, di esperti, di sciacalli, di curiosi, di politici, di presenzialisti, di raccolte fondi, di speculazioni-critiche-liti sulla ricostruzione, di preparazione al G8, cui si aggiungono adesso afa e malattie, gli aquilani e dintorni cominciano finalmente ad incazzarsi e a prendere la parola. Non solo per bocca degli amministratori locali, ma dando voce a quella vox populi che da sempre anima la nostra tradizione orale.
A voce e a testa alta, andrebbe dunque letto questo brano, postato di recente su questo sito da un certo Fulvio Giuliani (se ci sei, se mi leggi, batti un colpo!). Quale interprete, quale fine dicitore potrebbe valorizzarlo al meglio? Un Marco Paolini, un Ascanio Celestini hanno il curriculum e il pathos necessari, ma non l’accento. Un Roberto Pedicini ha l’accento e la voce, ma non il vissuto. Meglio allora immaginarsi questa orazione civile scritta di getto, declamata con rabbia da uno sfollato qualsiasi, applaudita nelle mense, nelle tende, negli alberghi, fotocopiata, internettizzata da parenti-amici-amici di amici raggiungere finalmente Pescara e la sottoscritta scrivana, che ben felice di unirsi a questa catena di Sant’Antonio prova a diffonderla anche oltre i confini regionali, approntando di seguito una libera, imperfetta traduzione dal dialetto aquilano in lingua italiana.

JU TARRAMUTU

Pe fermamme, ju tarramutu, me tà ccjie.
Kjù fa ju strunzu, kjù ‘ndosto.
Se solu sapesse come se smorza ji farria vedè, tengo solu trovà addò cazzu hanno missu ju bottò.
Se me la spalla la casa, la refaccio.
Pure senza sordi, co ‘lle sputazze, ma la refaccio.
Anzi me ne faccio una bassa e co le taole cuscì vojo vedè proprio come se mette.
Tengo solo la paura che me frega, perché non è che se la pija solu co mmi, se la pija co tutti quji che trova. Piccoli e rossi, pure co ji vecchi che ggià non ne poteano kjù, quji ggià steano stracchi, e non va bbona, no je ne te kjù de tribbolà.
Ha ccisu na frega de quatrani che non c’entreanu na mazza, che mancu erano aquilani, ma ja ccisi uguale.
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Niente sessismo, siamo inglesi

21 maggio 2009

Lo English sense of humour, si sa, è alquanto peculiare, al punto che gli inglesi stessi a volte hanno qualche problema a capire se una cosa fa ridere o no. Offensivo, ad esempio, è stato ritenuto questo commercial dalle intenzioni giocose, in cui un uomo appartenente alla tipologia tontolone domesticus si entusiasma per la facilità e rapidità d’uso di un nuovo disincrostante. Sullo sfondo una donna vistosamente incinta (e, si presume, facile preda di tempeste ormonali) osserva sbuffando i maldestri tentativi spic&span del suo compagno. Qualcosa nel brief e nella copy strategy dev’essere andato storto, se oltre 700 spettatori l’hanno ritenuta sessista (gli uomini perché rappresentati come “incapaci, stupidi e pigri”, le donne perché “i lavori domestici non sono certi riservati a noi”), rivolgendosi all’ASA, authority inglese della pubblicità, per chiederne la messa al bando.
In Italia siamo messi diversamente. Da anni sui nostri schermi spopolano spot in cui un ometto-furbetto si entusiasma, stupisce e pavoneggia per la facilità e rapidità d’uso di un prodotto che fa tutto splendido splendente; la (vera) moglie, raffigurata con e senza pancione nelle puntate di questa altalenante multisoggetto, mostra maggiore bonarietà e ironia della sua controparte inglese, salvo poi, in uno dei tanti episodi, arginare i tentativi di approccio del compagno nei confronti di un’affascinante vicina straniera — siamo pur sempre nel regno del gallo italico! E il Gran Giurì della pubblicità, e gli spettatori che fanno? Tacciono, of course.

La crisi secondo Giulia – ovvero: il pauperismo spiegato dai bambini

20 maggio 2009

Dopo lo spot strappacore-stappafelicità con centenario e neonata, riecco la Coca-Cola riproporre all’Italia ridotta in mutande (e troppo presa da quel che succede nelle mutande di Qualcuno) la filosofia dell’ottimismo, per bocca dell’innocente, tenera, fumettistica Giulia, ragazzina pisana che al caviale preferisce il salame, alle SUV la bici, ai resort la casa della nonna e via sorridendo. Che vuoi che sia la crisi, quando ci si vuol bene e si sta bene in famiglia? Ok, non avendo famiglia non faccio testo: chiederò alla mia amica con marito operaio cassintegrato e due bambini a carico se questa se la beve.

Ah Frà

16 maggio 2009

Tra musei aperti e inaugurazioni di sedi elettorali, questo sabato sera si prospetta movimentato e affollato. L’occasione buona per rispolverare l’idioma locale, i cui rudimenti mi erano stati riassunti tempo fa da un gentile autoctono, nonché ex collega:

Pronomi personali soggetto Italiano – Pescarese
io – I’
tu – tu
egli – ess
noi – nu
voi – vu
essi – quiss

lei – chissì
lui – cussù

Pronomi dimostrativi
quella – chillì
quello – cullù
questa – chissì
questo – cussù
questa cosa qua – ssa cosa ssa

Alcuni verbi italiani, tradotti in pescarese:
Presente indicativo
verbo essere:
i so
tu si
ess è
nu sèm
vu sèt
quiss so

verbo avere:
i ting
tu ti
ess te
nu tinèm
vu tinèt
quiss tenn

verbo andare:
i vaj
tu vi
ess va
nu jem
vu jet
quiss vann

La costruzione grammaticale del futuro in pescarese:
nella lingua pescarese i verbi non si declinano al futuro, per esempio:
– tra dieci anni andrò in America = tra dice* ann mi ni vaje all’Americhe*
*la ‘e’ finale non si pronuncia
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Henrique de Souza Filho

13 maggio 2009

Sul manifesto di venerdì scorso, Adriana Zarri ha citato una bella poesia, dimenticandosi però di dirci il nome dell’autore. Le estenuanti ricerche fatte per trovarlo mi hanno ricordato quanto smisurata sia la mia ignoranza nel campo della letteratura brasiliana (ma non solo).

“Se non ci sono stati frutti è stata utile la bellezza dei fiori. Se non ci sono stati fiori è stata utile l’ombra delle foglie. Se non ci sono state foglie è stata utile l’intenzione del seme”.
(Henfil)

C’erano due abruzzesi, una triestina e una veronese…

9 maggio 2009

…ovvero la sottoscritta, Caterina Falconi, Federica Marzi e Francesca Bonafini, che se ne andavano in giro per l’Italia presentando una certa antologia. Oggi alle 18, tappa a Chieti, presso la libreria De Luca. Vi aspettiamo!

BellissiMAH!

8 maggio 2009

Tutti i manuali di stile raccomandano cautela nella scelta e nell’uso: il troppo stroppia. Come scrivana, però, devo confessare di avere un debole per loro. Per questo, al profondo fastidio suscitato dalle vicende di cui tutta Italia parla, si aggiunge quello provocato dall’abuso di un aggettivo in particolare, utilizzato ossessivamente da giornali di ogni estrazione per descrivere chi, presumibilmente, giocava al dottore con Chi è notoriamente da ricovero (ecco, comincio invece a usare troppi avverbi).
A mio (im)modesto parere, non basta prendere una qualsiasi diciottenne dotata di peso forma e lineamenti regolari, aggiungere l’opera di parrucchiere, truccatore e fotografo per ottenere e definire una BELLISSIMA.
Va beh che siamo assuefatti a tutto e che ormai le parole hanno perso il loro significato, ma benedetti giornalisti, come aggettivare una Monica Bellucci, allora? MAH!
Oppure bisogna pensare che la Noemaggiorenne, per il solo fatto di essere stata toccata da Mida, abbia acquisito un’aura dorata di bellezza grazia fascino & virtù muliebri assortite che altre sue coetanee, forti della sola “bellezza dell’asino”, invidieranno e cercheranno (spero invano) di emulare.

Ci vuole un fisico bestiale

6 maggio 2009

Velina emergente o professionista valente, bella, brutta o così così: se sei donna e per tua sventura vivi in Italia e cerchi una nuova opportunità per conquistare il tuo posto al sole, sai già che per perorare la tua candidatura nel corso del colloquio e/o casting ti toccherà in ogni caso passare per ‘ste forche caudine:

PRIMA
Trucco & Parrucco: l’aurea via di mezzo non esiste: o spiccati, o sottotono.

Vesti & Tacchi: raggiungere l’equilibrio tra praticità e sensualità è difficilissimo: anche qui, al bando le indecisioni e optare per uno stereotipo o l’altro.

Mezzi di trasporto: privati o pubblici, dipenderà anche dal look adottato (vedi punto precedente): affrontare gli slalom tra treni autobus e metro è ovviamente molto più arduo se si è appollaiate sui tacchi, più agevole con un paio di sneakers. Ma le sneakers al colloquio sanno di tristezza, repressione, conformismo… meglio seguire cinematografici esempi, o meglio ancora chiamare un taxi, o un’auto blu.

Zavorra: Borsone/valigetta ventiquattrore/zainetto/trolley contenente una copia del curriculum, corredata di book fotografico o portfolio lavori + scarpe, giacca, top di ricambio + beauty case con trousse trucco – spazzola per capelli – profumo o deodorante + colluttorio, mentine o chewing-gum per non mandare l’onorevole selezionatore al tappeto già dalle prime battute.

DURANTE
Studi: bella cosa, la cultura! Se però hai un bel culo puoi tranquillamente farne a meno.

Eloquio: assolutamente fluente, meglio se plurilingue: fagli vedere che sai venderti bene.

Fidanzati, mariti, figli: dichiarali inesistenti o non invasivi. E sorridi!

Disponibilità: immediata e illimitata, c’è ancora bisogno di dirlo?

DOPO
Soppesata, inquadrata, interrogata per ore, sei a pezzi. Decidi allora di spegnere il cervello e accendere la tv, ma inciampi in un documentario dove una voce femminile fuori campo ti chiede: “Perché non ci ribelliamo? Perché non scendiamo in piazza?”, e col sangue che ti ribolle pensi: bella domanda!