Ju Tarramutu – Un’orazione civile da un Abruzzo più forte, meno gentile

Dopo quasi sei mesi di scosse (ebbene sì: il terremoto, pur se meno forte, continua a farsi sentire quotidianamente, ma ormai solo la stampa locale ne dà notizia), di soccorsi, di esperti, di sciacalli, di curiosi, di politici, di presenzialisti, di raccolte fondi, di speculazioni-critiche-liti sulla ricostruzione, di preparazione al G8, cui si aggiungono adesso afa e malattie, gli aquilani e dintorni cominciano finalmente ad incazzarsi e a prendere la parola. Non solo per bocca degli amministratori locali, ma dando voce a quella vox populi che da sempre anima la nostra tradizione orale.
A voce e a testa alta, andrebbe dunque letto questo brano, postato di recente su questo sito da un certo Fulvio Giuliani (se ci sei, se mi leggi, batti un colpo!). Quale interprete, quale fine dicitore potrebbe valorizzarlo al meglio? Un Marco Paolini, un Ascanio Celestini hanno il curriculum e il pathos necessari, ma non l’accento. Un Roberto Pedicini ha l’accento e la voce, ma non il vissuto. Meglio allora immaginarsi questa orazione civile scritta di getto, declamata con rabbia da uno sfollato qualsiasi, applaudita nelle mense, nelle tende, negli alberghi, fotocopiata, internettizzata da parenti-amici-amici di amici raggiungere finalmente Pescara e la sottoscritta scrivana, che ben felice di unirsi a questa catena di Sant’Antonio prova a diffonderla anche oltre i confini regionali, approntando di seguito una libera, imperfetta traduzione dal dialetto aquilano in lingua italiana.

JU TARRAMUTU

Pe fermamme, ju tarramutu, me tà ccjie.
Kjù fa ju strunzu, kjù ‘ndosto.
Se solu sapesse come se smorza ji farria vedè, tengo solu trovà addò cazzu hanno missu ju bottò.
Se me la spalla la casa, la refaccio.
Pure senza sordi, co ‘lle sputazze, ma la refaccio.
Anzi me ne faccio una bassa e co le taole cuscì vojo vedè proprio come se mette.
Tengo solo la paura che me frega, perché non è che se la pija solu co mmi, se la pija co tutti quji che trova. Piccoli e rossi, pure co ji vecchi che ggià non ne poteano kjù, quji ggià steano stracchi, e non va bbona, no je ne te kjù de tribbolà.
Ha ccisu na frega de quatrani che non c’entreanu na mazza, che mancu erano aquilani, ma ja ccisi uguale.
A che servea tutta ssa carneficina lo sa solo issu. Po te ta vedè tutta ssa ggente che te guarda e pare che te jice: “ma come cazzu le sete fatte sse case? Nojiatri le tenemo antisismiche”. Pure pe tilivisiò te llo icono. Antisimiche ju cazzu che vve frega! So kjù de trecento anni che non se sentea manco na scettacata e mo me vengono a ddi che lo sapeano tutti. Ma che sapeate? Chi ve ll’era ittu? Che teneamo fa? Ji bunker?
Po me vengono a raccontà che: “Era una scossa di media intensità, 6,3 della scala Richter. Non sarebbero dovute cadere tutte quelle abitazioni! E’ indice di poca attenzione alle regole”. Ma dico ji: “Ma addò ju teneate ssu’ misuratore de tarramuti, appiccatu co ji presutti! Ma se ss’è aperta la terra che appocatu se ‘gnotte tuttu… pe’ piacere!”.
Onna l’ha spianata sana sana e Monticchiu, che sta cinquecento metri e che tè le case pure più vecchie sta loco che manco se ne so accorti!
A mi me ss’è aperto ju cascittu deju bagnu addò tengo ji ferri pe tajamme l’ogna e j sso retroati dentro aju lavandinu… e ju cascittu era quiju bassu, me ll’ha reodecata tutta la casa; a cognatemu, che sta a San Demetrio, no ji se so cascate mancu le fotografie sopra aju commò e a Villa Sant’Angelo che sta loco attraverso ha fattu na frega de morti.
E’ come tutte le cose: a chi tantu e a chi gnenti.
Però è chiara na cosa sola: che non ci capete ‘na beata mazza.
Ssi strumenti che tenete addopretej pe facci quacche atra cosa, atru che “sabbia nelle costruzioni”.
Ha fatto na sorte de botta che appocatru se cascanu le stelle. Atru che “media intensità”.
L’intensità, a certe parti, ci stea tutta quanta. Ma se sse so cascati pure ji arberi.
Stu ggiru è toccatu a nojatri ma non è che potete sta tanto pricisi mancu vojatri.
Allora mò se semo mbarati, semo diventati tutti “esperti in terremotologia applicata”.
Applicata perché so’ tre mesi che rumpu ’ju cazzu tutti i jorni e semo fatta pure la classificaziò deju tipu delle scosse, atru che Mercalli e Richter… mo ve la jico, ju tarramutu se reconosce pe quantu trojaju fa:
1. essolu;
2. bottarella;
3. bella botta;
4. sleppa;
5. slenghera;
6. saraga;
7. petenga;
8. ‘ngulallazia.
E quando le sete passate tutte come nojatri ve potete presentà a fa ji esperti.
…media intensità!
Ma jeteaffangulu.

***

IL TERREMOTO

Per fermarmi, il terremoto, mi deve uccidere.
Più fa lo stronzo, più mi faccio tosto.
Se solo sapessi come si spegne gli farei vedere, devo solo trovare dove cazzo hanno messo il bottone.
Se mi spiana la casa, la rifaccio.
Pure senza soldi, con lo sputo, ma la rifaccio.
Anzi me ne faccio una bassa e con le tavole, così voglio proprio vedere come fa.
Ho solo la paura che mi frega, perché non è che se la prende solo con me, se la prende con tutti quelli che trova. Grandi e piccini, pure con i vecchi che già non ne potevano più, quelli già erano stanchi, e non va bene, non ce la fanno più a tribolare.
Ha ucciso un sacco di giovani che non c’entravano una mazza, che nemmeno erano aquilani, ma li ha uccisi lo stesso.
A che serviva tutta questa carneficina lo sa solo lui. Poi ti tocca vedere tutta questa gente che ti guarda e pare che ti dica: “ma come cazzo le avete fatte queste case? Noialtri le abbiamo antisismiche”. Lo dicono anche alla televisione. Antisismiche il cazzo che vi frega! Sono più di trecento anni che non si sentiva nemmeno una scossa e ora ci vengono a dire che lo sapevano tutti. Ma che sapevate? Chi ve l’aveva detto? Che dovevamo fare? I bunker?
Poi mi vengono a raccontare che “Era una scossa di media intensità, 6,3 della scala Richter. Non sarebbero dovute cadere tutte quelle abitazioni! E’ indice di poca attenzione alle regole”. Ma dico io: “Ma dove lo tenevate questo misuratore di terremoti, appeso insieme ai prosciutti! Ma se s’è aperta la terra che a momenti s’inghiottiva tutto… per favore!”.
Onna l’ha spianata del tutto e Monticchio, che sta a cinquecento metri e che ha le case anche più vecchie sta lì che nemmeno si sono accorti!
A me mi s’è aperto il cassetto del bagno dove tengo le forbici per tagliarmi le unghie e l’ho ritrovato dentro al lavandino… e il cassetto era quello basso, me l’ha rovesciata tutta la casa; a mio cognato, che sta a San Demetrio, non gli son cadute nemmeno le fotografie sopra il comò e a Villa Sant’Angelo che sta lì di fronte ci sono stati tanti morti.
E’ come tutte le cose: a chi tanto e a chi niente.
Però è chiara una cosa sola: che non ci capite una beata mazza.
Quegli strumenti che avete, adoperateli per farci qualche altra cosa, altro che “sabbia nelle costruzioni”.
Ha fatto una cavolo di botta che a momenti cadevano le stelle, altro che “media intensità”.
L’intensità, in certi posti, ci stava tutta quanta. Ma se son caduti pure gli alberi.
Questo giro è toccato a noialtri ma anche voi, non è che potete stare tanto tranquilli.
Allora adesso abbiamo imparato, siamo diventati tutti “esperti in terremotologia applicata”.
Applicata perché è da tre mesi che rompe il cazzo tutti i giorni e abbiamo fatto anche la classificazione dei tipi di scosse, altro che Mercalli e Richter… ora ve la dico, il terremoto si riconosce da quanto casino combina:
1.eccolo;
2.scossetta;
3.scossa forte;
4.scossone;
5.scossa lunga;
6.schiaffone;
7.boato;
8.in culo a sua zia.
E quando le avrete passate tutte come noialtri, vi potrete qualificare come esperti.
…media intensità!
Ma andate affanculo.

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5 Risposte to “Ju Tarramutu – Un’orazione civile da un Abruzzo più forte, meno gentile”

  1. Simo Says:

    Magari citare il vero autore e la fonte…

    L’Autore è: Fulvio Giuliani

    La Fonte: http://www.terranera.net

  2. loscopriremosoloscrivendo Says:

    Se avessi letto davvero il post, avresti scoperto che li ho citati entrambi: 11° rigo dall’alto.

  3. Fulvio Giulaini Says:

    Salve,

    è un pò tardi ma solo adesso scopro il sito.

    Grazie per la traduzione. E’ molto divertente.

    Complimenti

  4. loscopriremosoloscrivendo Says:

    E’ stato un piacere. Complimenti a lei per il poema, che tanti lettori ha portato a questo blog :-)
    Franca

  5. anna Says:

    anche questo è Fulvio Giuliani.

    saluti a tutti da genova, dai qui siamo vicini e non solo con il cuore.

    godetevi anche ..questo Fulvio. http://www.terranera.net

    sbrvlizz [Fulvio Giuliani] [25.04.2009 01:25]
    DEDDOSHI ( di dove sei?)
    Le parole sono le stesse per tutti.
    E di tutti sono.
    Chiunque ne può disporre, in facoltà che, alternandole nei tempi, negli intervalli, negli accenti, produca emozioni ed evochi spiriti al punto da riuscire a trasferire i propri turbamenti e piaceri, reazioni ed indifferenza, rabbie e dolori.
    Le parole si conficcano come frecce, esplodono come colpi di fucile, si posano come farfalle.
    Entrano ed escono lasciando luce e scie di odori, confermano e cancellano luoghi e persone.
    Le parole hanno un peso, quelle dette e quelle taciute. A volte fanno male, ancora più del dolore assoluto. Il silenzio stesso è un’assenza di parola, di suono. Di speranza.
    Armi senza prezzo, le parole. L’abilità di sceglierne con eleganza la loro combinazione dà, a chi la governa, un sottile senso di pienezza. Le parole, se ben organizzate, sistemano anche i pensieri. Scrivendo, a volte, si arriva a definire un dubbio o una inquietudine per tanto tempo portata.
    Infilare le parole nel giusto verso è un piacere che ognuno dovrebbe sostenere.
    L’uso ne è libero ma, per impedire che chi si trovi costretto a leggerle si riempia di malanimo esistono delle regole. Anche queste, studiate, verificate, discusse, riproposte, condivise.
    Suono e significato tendono alla melodia.
    Ma in mezzo a questa devastazione mancano.
    O sono troppe. O, per quanto mi sforzi, non sono mai quelle giuste.
    Trovare nuove combinazioni per descrivere un unico pervadente pensiero, un chiuso corrosivo dolore, un irripetibile, immenso stupore per tanta cattiveria, per una così profonda offesa del fato, è una prova impossibile ed inutile.
    Capita spesso che, a volte, qualcuno le abbia già trovate per te e leggendole così ben definite, l’una che tira l’altra, che ricompongono il tuo pensiero, chiariscono i tuoi dubbi, definiscono le tue percezioni si trovi anche un po’ di pace.
    Sono in fondo a questo scritto.
    Chi scrive – almeno io – lo fa per se.
    E’ come fumare. Dà piacere solo mentre lo fai. Rileggersi è, spesso, una noia. Più lo fai più modifichi, aggiusti, raffini, cambi il senso e, a volte, anche idea. Ne guadagni forse in chiarezza, ne perdi in emozione.
    Questa è una di quelle volte.
    Non mi va di raccontare il mio e il vostro dolore con forme nuove, una volta ancora.
    Bastano le foto di Gianluca. Belle da far male perché dicono di voi, di noi, della mia gente attraverso occhi perduti e spalle incurvate.
    Io lo so che ce la faremo. Avviliti, feriti nel corpo e nell’anima ma non ancora piegati.
    Lo so, perché questa cosa finirà. Sarà sempre troppo tardi, ma finirà. Smetterà la pioggia, la neve, questo maledetto topo gigante che ci fa ancora svegliare pieni di paura. E quel giorno ci sarà sempre uno di noi che ricomincerà. Con più silenzi che parole e, nel sorriso, più amarezza che allegria.
    Ma ricomincerà.
    E lo farà sorridendo.
    Questa cosa è data a noi perché noi siamo in condizioni di tenerla. Di vincere la rassegnazione con la rabbia. Se non ce la faremo noi non ce la farà nessuno. Nessuno è così forte e nobile come lo siamo noi in questo maledetto momento.
    Quando le luci saranno spente e i guitti che si glorificano della loro sproporzionata e tempestiva generosità se ne saranno finalmente andati, quando le impossibili promesse si saranno infrante sull’immensità del disastro, allora sarà il tempo di essere lucidi e determinati. Ci sarà stato lo sfoggio del meglio e del peggio di ognuno di noi e potremo passare giornate intere a contare i “grazie” che abbiamo distribuito in questi mesi e gli “a buon rendere” che abbiamo pensato e, educatamente, taciuto.
    Ogni sasso staccato, ogni crepa nei muri, ogni casa caduta è una ferita, un tentativo della sorte di cancellare i nostri ricordi, il nostro passato, la storia di ognuno di noi. Sono i giorni che abbiamo speso nel fare che qualcuno spietato, scossa dopo scossa, si vuole riprendere.
    Ma non gli sarà possibile.
    Le pietre, anche se disordinate, ammucchiate, polverose, saranno ancora lì.
    Come le parole.
    Basterà riprenderle e rimetterle al loro posto.
    Una dopo l’altra.
    Perché tutto abbia, di nuovo, un significato

    The hearth keeps some vibration going
    There in your heart, and that is you.
    And if the people find you can fiddle,
    Why, fiddle you must, for all your life

    FIDDLER JONES – Edgar Lee MASTER – Spoon River Anthology

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