Un nome, una garanzia?

Ci ho messo un po’ a capire cosa mi turbava di questa raccolta perfidamente intitolata “Troppa felicità”. Avvertivo una presenza poco piacevole covare oltre la copertina candida con foto patinata, giocare a nascondino sotto la coltre di racconti della maestra Munro, ma non riuscivo a capire perché mi pesava così tanto proseguire la lettura.
Finché un pomeriggio, durante una guida particolarmente tranquilla e quasi noiosa all’insegna delle libere associazioni, è arrivata l’epifania. In ogni racconto c’è una persona anormale, troppo sopra o troppo sotto le righe; spessissimo si tratta di un/a disabile, un idiota mai sapiente, antipatico o cattivo per giunta, molto ben dissimulato nelle maglie di una scrittura impeccabile che riesce a raccontare l’innominabile come se fosse una storiella da focolare.
Nel primo racconto, il parricida paranoico che ammazza i tre figli pensando che la moglie lo tradisca.
Nel secondo, la donna scialba, scostante e dal basso quoziente intellettivo per la quale un marito fedele mette inspiegabilmente fine a un matrimonio trentennale con una donna affascinante e comprensiva.
Nel terzo, la ninfetta affetta da mania di persecuzione che incanta un vecchio ricco, un solido/ stolido scapolone e la cugina di quest’ultimo.
Nel quarto, il bambino allevato in una famiglia di intellettuali affettuosi che diventa, da adulto, uno sprezzante homeless insensibile ai richiami del sangue.
Nel quinto (l’unico che – era ora – contiene un guizzo di ironia nel finale), il ladro e assassino che mostra a una vedova vittima del furto la foto della sua famiglia, che ha appena sterminato: madre, padre, sorella idiota e cattiva.
Nel sesto, l’uomo di successo che racconta la storia della propria faccia deturpata da un’enorme voglia violacea e di una ragazza che, amandolo perfino a propria insaputa, si sfigura a sua volta nel tentativo di assomigliargli.
Nel settimo, la sexy-infermiera svampita che seduce a forza di equivoci massaggi e altrettanto equivoche chiacchiere un morente e la sua anziana suocera.
Nell’ottavo, le piccole amiche che uccidono, spinte in ugual misura da un’ignorante paura e una perversa complicità, una bambinona idiota soffocandola sott’acqua durante una gita al mare; il fatto viene preso come disgrazia e le due baby-assassine, diventate donne, fanno i conti con la propria colpa ignota: una sgravandosi la coscienza con un prete prima di perdere definitivamente conoscenza a causa di un brutto male, l’altra conquistando un’ambigua celebrità negli ambienti scientifici grazie a una tesi sul tema “Idioti e Idoli”.
Nel nono, l’uomo ossessionato a livello patologico dalla raccolta della legna nei boschi e dalla misteriosa depressione della moglie che scopre, in seguito uno stupido incidente, come il bosco diventi talvolta foresta e come sua moglie riveli all’improvviso forze ed energie insospettate e misteriose.
Il decimo, e ultimo racconto, è in sostanza una mini biografia romanzata (e francamente, alquanto noiosa) degli ultimi anni di vita di Sofja Kovalevskaja, anormale doppio talento di matematica e scrittrice in epoca pre-femminista.
Ora, la Munro sarà pure “una garanzia”, come proclamato dalla libraia che me l’ha venduta a scatola chiusa, ma come strenna natalizia non la vedo per niente bene… a meno che non si voglia fare un regalo al Lars von Trier di Idioti: in questo caso sì, sarebbe perfetta.

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