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Piazza Pulita 2 – la vendetta

18 ottobre 2012

Anche quest’anno, partecipo al Festival Letterario “Montesilvano Scrive”. Con un racconto intitolato “Piazza Pulita”, che in barba alla cura redazionale con cui è stato confezionato ed inviato, è stato successivamente “sporcato” con refusi e formattazione a cavolo, e così postato sulla pubblica “piazza” da un frettoloso redattore ignaro di quanto possano contare spazi, interlinee, punteggiatura appropriati. Grrrrrrrrrr!
Mi vendico perciò di cotanta sciatteria pubblicandolo in versione integra(le) anche qui, ed invitandovi a votarlo qui.

Piazza Pulita

A certe domande vorrei tanto avere risposta.

Per esempio: chi ha trovato il nome per quel negozio di detersivi e prodotti per l’igiene… “Piazza Pulita”?

Davvero azzeccato, l’ho sempre pensato; per questo, quando ho deciso di partire, è lì che sono passato a comprare l’occorrente. Non avevo idea di quante cose avesse lasciato in ufficio mio figlio, ma dato che in fondo non lavorava lì da molto, ho pensato che un rotolo di sacchi da immondizia, insieme ad un paio di guanti di gomma, fosse più che sufficiente.

Alla fine, per fare piazza pulita sono bastati due sacchi soltanto. Le sue cose ci sono andate dentro giuste giuste. Precise, pulite. Adesso che li ho sistemati nel bagagliaio, posso finalmente togliermi questi guanti, buttarli via e mettermi alla guida.
Accendo la radio, salto da una stazione all’altra: solo canzonette idiote. E comunque nessuna musica, per quanto celestiale, riuscirebbe a scacciare la morsa infernale che mi stringe il cuore da quando ho ricevuto quelle telefonate.

La prima — la peggiore: “Suo figlio ha ammesso le violenze. Cercategli un buon avvocato”.
La seconda: “Per quanto riguarda le accuse a carico di suo figlio, potremmo puntare sull’infermità mentale”.
La terza: “Venga a riprendersi le cose di suo figlio: in quest’ufficio non vogliamo che rimanga più nessuna traccia di lui”.

Rispondere a quest’ultima è stato facile, concordavamo entrambi: prima andavo, meglio era. “Piazza Pulita” era ancora aperto: ho comprato quello che mi serviva e sono partito di corsa, viaggiando tutta la notte per raggiungere la città in cui mio figlio, la carne della mia carne, aveva scelto di trasferirsi. Voglio ancora illudermi che, così facendo, abbia cercato in qualche modo di allontanarsi dalla propria natura malata. Dopo il divorzio infatti, la bambina era stata affidata alla madre, e lui la vedeva solo nei fine settimana e a settimane alterne, quando come ogni buon papà diviso tornava a farle visita.
Nessuno nella nostra famiglia avrebbe potuto immaginare la vera natura di quelle “visite”.

Stamattina alle sette ero davanti al suo ex ufficio. Alle otto e trenta ho visto le porte girevoli inghiottire ad uno ad uno i suoi colleghi, freschi di barba e acqua di colonia. Ho immaginato mio figlio entrare insieme a loro, in un completo azzurro con cravatta, il volto liscio, le mani curate, e addosso l’odore pulito della doccia.

Alle nove, stringendo in pugno i miei acquisti da “Piazza Pulita”, sono entrato anch’io. Mi sono presentato alla reception e ho pronunciato il mio, il suo abietto cognome. Qualcuno, non ricordo che faccia abbia, è spuntato all’istante da non so dove e mi ha condotto, come si conduce un cieco, il cieco che sono stato finora!, alla sua postazione.

Ho infilato i guanti di gomma — non sopporto l’idea di toccare le stesse cose che lui ha toccato — e ho aperto il rotolo dei sacchi neri. Prendevo ogni suo oggetto con cautela, usando soltanto la punta delle dita, come se fosse stato un ratto morto, e sbanf!, lo sbattevo nel sacco. Credo che anche i suoi colleghi di stanza, impegnatissimi in dialoghi muti con i loro computer, stessero provando lo stesso schifo; non mi stupirei se, dopo di me, avessero chiamato un disinfestatore. Come se la pedofilia fosse un virus maligno, un mostruoso contagio della carne.
Finalmente ho fatto piazza pulita e sono andato via a occhi bassi, senza salutarli, come quando ero arrivato. Non me la sono sentita di metterli ancora di più in imbarazzo: come si può dire o rispondere “Buongiorno” e “Arrivederci” al padre di un ex collega che ha violentato la carne della sua carne?

Come si dividono il tempo e lo spazio di un ufficio con un pedofilo senza mai sospettarne la vera natura?

Come si sopravvive al rimorso di aver generato un mostro, come si attraversano gli sguardi di chi sotto sotto pensa che, se tuo figlio è un pedofilo della peggior specie, in fondo forse è anche colpa tua?

Perché non esiste un modo per fare, davvero, piazza pulita di tutto?

A certe domande vorrei tanto avere risposta.

Stringo il volante come se fosse un salvagente e io un naufrago. Mi toccherà riaccendere la radio: non voglio sentire neanche il minimo fruscìo di quei sacchi neri nel bagagliaio, rigonfi dei suoi maledetti effetti personali, delle ultime testimonianze di una vita apparentemente “normale”. Adesso voglio solo pensare… a niente, a guidare senza fermarmi più, guidare e basta, fino alla fine dell’orizzonte, fin dove nessuno conosce me, il mio sciagurato figlio, la mia sventurata nipote. Arriverò in una grande piazza, pulita, senza passanti né alberi, ma affollata di presenze strane e immobili, come in un quadro di De Chirico; un luogo senza sguardi né sentimenti, dove nessuno è carne della carne di nessuno, e tutti sono immersi in un unico, grande mistero.