Every cloud has a silver lining, direbbe il tuo amico inglese ottimista fino allo stremo, se sapesse che anche la “tua” nuvola sta mostrando spiragli di luce argentea.
Lo spiraglio più grande è il tempo a disposizione, che ti porta sì a soffrire momenti di vuoto cosmico ma anche a ritrovare persone, situazioni, occasioni di collaborazione e di espressione; a riscoprire la passione che ti animò nei cinque anni di Istituto d’Arte, sezione Arte della Stampa, “quando la stampa era ancora Stampa”, concordi con la prof di laboratorio allergica come te al digitale, mentre vi sorridete abbracciandovi forte.
Perché in fondo ha ragione Fausto, anima di tante iniziative culturali a cui qualche volta hai collaborato, il Fausto che da adolescente vedevi lavorare nel laboratorio tipografico accanto a voi allievi, tutti accomunati dallo stesso camice scuro (blu notte virato sul nero, il tuo) raccomandato dagli insegnanti per proteggervi i vestiti mentre vi macchiavate con inchiostri tipografici e litografici, caratteri mobili, vernici calcografiche, matrici serigrafiche, quando proclama, nella confusione di un affollato vernissage: “Noi siamo quello che ci insegnano!”.
E un altro squarcio si apre quando parlate con la studiosa dell’arte moglie del tuo compianto insegnante e titolare di laboratorio calcografico, che propone con l’ardita lungimiranza dei veri visionari di fondare in Abruzzo un Museo della Stampa ed un’associazione di ex studenti del glorioso Istituto Statale d’Arte “Vincenzo Bellisario” — diventato oggi nel postriforma scolastica gelminiana Liceo Artistico senza più anima.
La ascoltate incantate, tu e le tue sempiterne amiche compagne di classe, e vi ripetete quanto siete state fortunate a studiare in una scuola che vi faceva lavorare anche con le mani, che ve le faceva sporcare e poi lavare e rilavare con una sabbiosa, puzzolente ma efficace pasta lavamani; che vi faceva fare sette ore di lezione tutti i santi giorni per poi lasciarvi uscire alle 14.20 nelle strade deserte del postpranzo, sgombre degli alunni degli altri istituti che erano già da un pezzo volati via dai rispettivi portoni, verso il piatto caldo che li aspettava a casa; in una scuola dotata di insegnanti che avevano il coraggio, la voglia e la pazienza di caricarvi sugli autobus e portarvi, ormoni e stomaci in subbuglio, su e giù per l’Italia (al quarto e quinto anno poi, visto che ormai eravate grandi, perfino all’estero) per mettervi ore e ore in serpentina e disciplinata fila davanti agli ingressi di mostre e musei di arte antica, moderna e contemporanea che vi avrebbero spalancato il cervello; una scuola che vi sfidava ad uscire dal bozzolo delle sue aule per scoprire la competizione dei concorsi nazionali di grafica; una scuola che ogni santo martedì grasso vi dava l’occasione di sfogare la vostra creatività in costume (l’invidia degli altri alunni la mattina di Carnevale sugli autobus quando salivate voi, colorati e pittati dalla testa ai piedi: “Ma andate in classe conciati così??” “E certo, noi siamo dell’Istituto d’Arte!”); una scuola che ogni anno in primavera, complice un preside tollerante e viveur, organizzava in cortile una pantagruelica mangiata di fave, pecorino, pane, olio e vino DOC, portati fin lì in voluminose sporte dagli allievi dei paeselli della provincia, contagiando in voraci assaggi anche i professori più compassati e tradizionali.
Una scuola che scoppiava di vita e di creatività, una scuola sismicamente non a norma, che tremava ad ogni passaggio di camion, dove però eravate capaci di starvene ben fermi nelle ore di disegno dal vero, a riprodurre su fogli di ruvida carta da pacchi con carboncini e sanguigne le sagome e i lineamenti dei compagni presi a modelli; una scuola dove non ancora esistevano i software di grafica ma i compassi, le ecoline e le rapidograph maneggiati alla carlona bucavano e macchiavano irrimediabilmente i vostri fogli di carta Fabriano, costringendovi ogni volta a ricominciare daccapo, con maggiore cura ed attenzione. Una scuola scanzonata ma allo stesso tempo disciplinata, dove gli allievi più scalmanati che graffittavano sui muri dei bagni all’ultimo piano il bando del contest “Miss Tetta ’84”, si sarebbero poi trasformati a distanza di anni in professori essi stessi.
“Sono stati i cinque anni più belli della nostra vita”, dite stasera ai vostri ex prof. “Ma noi siamo invecchiati, eh?”, vi chiede di rimando uno di loro, insegnante nella contigua, concorrente sezione di Fotografia, memore della partecipazione a uno sfrenato pigiama party tenutosi durante la gita del quinto anno. “Macché, siete riconoscibilissimi!”, replichi, scatenando col tuo superlativo una risata incredula. Dopo tanti anni vi ritrovate tutti insieme alla presentazione di un libro e di una mostra dedicati alla riscoperta di Marino Di Carlo, bravo ma sfortunato artista di provincia che ebbe un periodo di gloria fuori dai confini regionali: il tarlo dell’arte infatti, a partire da quel memorabile quinquennio all’ISA, non vi ha mai abbandonati, anche se poi avete preso strade diverse e per tanto tempo non avete più saputo niente gli uni degli altri.
Poi sarà la vita che fa dei giri strani, sarà che guardandone a ritroso le tappe e gli snodi tutto torna (si riesce cioè ad “unire i puntini”, come ti dice spesso e volentieri qualcuno, trovando così una logica ed un senso fino ad allora nascosti), sarà che il seme gettatovi a scuola ha messo frutti che continuano a maturare nei decenni, come gli olivi; fatto sta che siete lì in cerchio, a guardarvi sorridendo, con la nostalgia e la complicità di chi ha condiviso esperienze davvero formative, e non volete che tutto si esaurisca in questo evento, a cui hai partecipato anche tu con un testo* che adesso campeggia, replicato in una pila di copie sul tavolino dell’ingresso, ingrandito e incorniciato d’azzurro su una parete. Un evento che ti ha fatto conoscere persone capaci e appassionate, in grado di spendere anni dietro a un progetto, un libro, una mostra, e di accompagnarli con cura in ogni minimo particolare.
Sei qui, a riabbracciare il tuo passato con la testa e il cuore affollati di sogni e progetti per il futuro, e non ci saresti se una nuvola non si fosse soffermata sulla tua vita professionale, offuscandoti la vista e l’umore ma allo stesso tempo liberando un orizzonte che si faceva ogni giorno più chiuso, permettendoti così di guardarti intorno, di guardare indietro, avanti, oltre e (magari, finalmente!) di ripartire.
* Il genio nascosto che lascia il segno
Nemo propheta in patria: il motto valido per tanti, abruzzesi e non, emigrati altrove a cercar fortuna, si potrebbe applicare anche a Marino Di Carlo, figlio misconosciuto di Loreto Aprutino, del quale celebriamo oggi una tardiva quanto meritata riscoperta.
Marino mette in pratica fin da ragazzo la sua innata attitudine al disegno e alla decorazione, sviluppandola prima nella scuola d’arte e poi nella tipografia del paese, circondato e incantato da quella natura che sarà per lui costante fonte d’ispirazione. A vent’anni, segnato da una forte delusione d’amore (la donna che ama parte per l’America, in sposa ad un altro) e spinto dall’urgenza di trovare alternative al lavoro nei campi che non sente proprio, compie da “cervello in fuga” ante litteram il grande salto: emigra al nord, alcune fonti dicono a Milano, dove probabilmente frequenta l’ambiente di Brera e vede pubblicati i suoi primi lavori come disegnatore; poi si sposta a Firenze, in cui trova l’atmosfera ideale per far fiorire il suo talento di grafico a tutto tondo.
Nella città che fu culla del Rinascimento, Marino mette finalmente su bottega aprendo la sua “Casa di pubblicità”: le dà un nome semplice e moderno, “Bianco e Nero”; stabilisce fruttuose collaborazioni con le maggiori riviste e aziende dell’epoca, guadagnandosi la stima di figure eminenti della grafica e dell’editoria italiana, come il bolognese Cesare Ratta, l’editore Carabba, il conterraneo Zopito Valentini. E con le sue capacità andrebbe incontro a glorie sempre maggiori se a un certo punto del suo percorso, sospinto non si sa più se da una crescente nostalgia della terra natia (con la quale, nonostante la distanza, non ha mai interrotto i contatti), o piuttosto da quel sotterraneo, masochistico impeto di autodistruzione che spesso coglie chi non è abituato agli apprezzamenti e agli allori, non decidesse di tornare al suo paese.
Lì ritrova luoghi familiari e persone che senz’altro gli vogliono bene, ma anche molto meno spazio e pochi stimoli per alimentare il suo talento. Allora, come tutti i veri artisti, Marino fa da sé, fa comunque, ad ogni costo, perfino a costo zero: s’ingegna, si adatta, progetta, disegna e dipinge logotipi, insegne, cartelli, manifesti, vetrine, addirittura ricami per corredi, punteggiando i negozi e le case di Loreto Aprutino con le sue creazioni per compensi ridicoli.
Il suo multiforme talento artistico resta immutato; colpisce invece il declino fisico, evidente se si confrontano la foto che lo ritrae giovane a Firenze, la chioma folta e gli occhi accesi da grandi speranze, con quelle degli ultimi anni loretesi, che raffigurano un uomo dimesso, dall’aria gentile e rassegnata. Reclusosi in una solitudine quasi monastica, scandita da parche abitudini, non gli importa che intorno a lui crescano le voci e gli aneddoti che lo dipingono “strano”, “particolare”: pare deciso a vivere con pochissimo, basta solo che gli si dia modo di esprimersi, regalando frammenti di bellezza ai suoi paesani.
Tanta trascuratezza e oblio di sé alla fine lo vincono: verrà trovato morto sul ciglio della strada come un clochard, ma sepolto da un candido manto di neve… come se la natura stessa che tanto lo aveva ispirato si fosse commossa ed avesse voluto rendergli l’estremo omaggio. Marino Di Carlo però ha lasciato il segno, che riemerge intatto nella sua modernità, preservato dalla neve del tempo, grazie ad alcuni concittadini dalla sensibilità affine che oggi raccontano a tutti noi, attraverso una mostra e un libro, la vita e le opere di uno “sventurato di talento” povero di mezzi ma ricco d’ingegno.