Archive for the ‘Abruzzo on my mind’ Category

A qualcuno piace freddo

16 giugno 2014

Creatività, coraggio, spiagge selvagge e granite DOC: oggi la seconda puntata della mia rubrica su Abruzzo Popolare, dedicata alle “persone comuni che fanno cose fuori dal comune”.

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Ritrovamenti, ricordi e ripartenze

24 novembre 2013

Every cloud has a silver lining, direbbe il tuo amico inglese ottimista fino allo stremo, se sapesse che anche la “tua” nuvola sta mostrando spiragli di luce argentea.
Lo spiraglio più grande è il tempo a disposizione, che ti porta sì a soffrire momenti di vuoto cosmico ma anche a ritrovare persone, situazioni, occasioni di collaborazione e di espressione; a riscoprire la passione che ti animò nei cinque anni di Istituto d’Arte, sezione Arte della Stampa, “quando la stampa era ancora Stampa”, concordi con la prof di laboratorio allergica come te al digitale, mentre vi sorridete abbracciandovi forte.
Perché in fondo ha ragione Fausto, anima di tante iniziative culturali a cui qualche volta hai collaborato, il Fausto che da adolescente vedevi lavorare nel laboratorio tipografico accanto a voi allievi, tutti accomunati dallo stesso camice scuro (blu notte virato sul nero, il tuo) raccomandato dagli insegnanti per proteggervi i vestiti mentre vi macchiavate con inchiostri tipografici e litografici, caratteri mobili, vernici calcografiche, matrici serigrafiche, quando proclama, nella confusione di un affollato vernissage: “Noi siamo quello che ci insegnano!”.
E un altro squarcio si apre quando parlate con la studiosa dell’arte moglie del tuo compianto insegnante e titolare di laboratorio calcografico, che propone con l’ardita lungimiranza dei veri visionari di fondare in Abruzzo un Museo della Stampa ed un’associazione di ex studenti del glorioso Istituto Statale d’Arte “Vincenzo Bellisario” — diventato oggi nel postriforma scolastica gelminiana Liceo Artistico senza più anima.
La ascoltate incantate, tu e le tue sempiterne amiche compagne di classe, e vi ripetete quanto siete state fortunate a studiare in una scuola che vi faceva lavorare anche con le mani, che ve le faceva sporcare e poi lavare e rilavare con una sabbiosa, puzzolente ma efficace pasta lavamani; che vi faceva fare sette ore di lezione tutti i santi giorni per poi lasciarvi uscire alle 14.20 nelle strade deserte del postpranzo, sgombre degli alunni degli altri istituti che erano già da un pezzo volati via dai rispettivi portoni, verso il piatto caldo che li aspettava a casa; in una scuola dotata di insegnanti che avevano il coraggio, la voglia e la pazienza di caricarvi sugli autobus e portarvi, ormoni e stomaci in subbuglio, su e giù per l’Italia (al quarto e quinto anno poi, visto che ormai eravate grandi, perfino all’estero) per mettervi ore e ore in serpentina e disciplinata fila davanti agli ingressi di mostre e musei di arte antica, moderna e contemporanea che vi avrebbero spalancato il cervello; una scuola che vi sfidava ad uscire dal bozzolo delle sue aule per scoprire la competizione dei concorsi nazionali di grafica; una scuola che ogni santo martedì grasso vi dava l’occasione di sfogare la vostra creatività in costume (l’invidia degli altri alunni la mattina di Carnevale sugli autobus quando salivate voi, colorati e pittati dalla testa ai piedi: “Ma andate in classe conciati così??” “E certo, noi siamo dell’Istituto d’Arte!”); una scuola che ogni anno in primavera, complice un preside tollerante e viveur, organizzava in cortile una pantagruelica mangiata di fave, pecorino, pane, olio e vino DOC, portati fin lì in voluminose sporte dagli allievi dei paeselli della provincia, contagiando in voraci assaggi anche i professori più compassati e tradizionali.
Una scuola che scoppiava di vita e di creatività, una scuola sismicamente non a norma, che tremava ad ogni passaggio di camion, dove però eravate capaci di starvene ben fermi nelle ore di disegno dal vero, a riprodurre su fogli di ruvida carta da pacchi con carboncini e sanguigne le sagome e i lineamenti dei compagni presi a modelli; una scuola dove non ancora esistevano i software di grafica ma i compassi, le ecoline e le rapidograph maneggiati alla carlona bucavano e macchiavano irrimediabilmente i vostri fogli di carta Fabriano, costringendovi ogni volta a ricominciare daccapo, con maggiore cura ed attenzione. Una scuola scanzonata ma allo stesso tempo disciplinata, dove gli allievi più scalmanati che graffittavano sui muri dei bagni all’ultimo piano il bando del contest “Miss Tetta ’84”, si sarebbero poi trasformati a distanza di anni in professori essi stessi.

“Sono stati i cinque anni più belli della nostra vita”, dite stasera ai vostri ex prof. “Ma noi siamo invecchiati, eh?”, vi chiede di rimando uno di loro, insegnante nella contigua, concorrente sezione di Fotografia, memore della partecipazione a uno sfrenato pigiama party tenutosi durante la gita del quinto anno. “Macché, siete riconoscibilissimi!”, replichi, scatenando col tuo superlativo una risata incredula. Dopo tanti anni vi ritrovate tutti insieme alla presentazione di un libro e di una mostra dedicati alla riscoperta di Marino Di Carlo, bravo ma sfortunato artista di provincia che ebbe un periodo di gloria fuori dai confini regionali: il tarlo dell’arte infatti, a partire da quel memorabile quinquennio all’ISA, non vi ha mai abbandonati, anche se poi avete preso strade diverse e per tanto tempo non avete più saputo niente gli uni degli altri.
Poi sarà la vita che fa dei giri strani, sarà che guardandone a ritroso le tappe e gli snodi tutto torna (si riesce cioè ad “unire i puntini”, come ti dice spesso e volentieri qualcuno, trovando così una logica ed un senso fino ad allora nascosti), sarà che il seme gettatovi a scuola ha messo frutti che continuano a maturare nei decenni, come gli olivi; fatto sta che siete lì in cerchio, a guardarvi sorridendo, con la nostalgia e la complicità di chi ha condiviso esperienze davvero formative, e non volete che tutto si esaurisca in questo evento, a cui hai partecipato anche tu con un testo* che adesso campeggia, replicato in una pila di copie sul tavolino dell’ingresso, ingrandito e incorniciato d’azzurro su una parete. Un evento che ti ha fatto conoscere persone capaci e appassionate, in grado di spendere anni dietro a un progetto, un libro, una mostra, e di accompagnarli con cura in ogni minimo particolare.
Sei qui, a riabbracciare il tuo passato con la testa e il cuore affollati di sogni e progetti per il futuro, e non ci saresti se una nuvola non si fosse soffermata sulla tua vita professionale, offuscandoti la vista e l’umore ma allo stesso tempo liberando un orizzonte che si faceva ogni giorno più chiuso, permettendoti così di guardarti intorno, di guardare indietro, avanti, oltre e (magari, finalmente!) di ripartire.

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* Il genio nascosto che lascia il segno

Nemo propheta in patria: il motto valido per tanti, abruzzesi e non, emigrati altrove a cercar fortuna, si potrebbe applicare anche a Marino Di Carlo, figlio misconosciuto di Loreto Aprutino, del quale celebriamo oggi una tardiva quanto meritata riscoperta.

Marino mette in pratica fin da ragazzo la sua innata attitudine al disegno e alla decorazione, sviluppandola prima nella scuola d’arte e poi nella tipografia del paese, circondato e incantato da quella natura che sarà per lui costante fonte d’ispirazione. A vent’anni, segnato da una forte delusione d’amore (la donna che ama parte per l’America, in sposa ad un altro) e spinto dall’urgenza di trovare alternative al lavoro nei campi che non sente proprio, compie da “cervello in fuga” ante litteram il grande salto: emigra al nord, alcune fonti dicono a Milano, dove probabilmente frequenta l’ambiente di Brera e vede pubblicati i suoi primi lavori come disegnatore; poi si sposta a Firenze, in cui trova l’atmosfera ideale per far fiorire il suo talento di grafico a tutto tondo.

Nella città che fu culla del Rinascimento, Marino mette finalmente su bottega aprendo la sua “Casa di pubblicità”: le dà un nome semplice e moderno, “Bianco e Nero”; stabilisce fruttuose collaborazioni con le maggiori riviste e aziende dell’epoca, guadagnandosi la stima di figure eminenti della grafica e dell’editoria italiana, come il bolognese Cesare Ratta, l’editore Carabba, il conterraneo Zopito Valentini. E con le sue capacità andrebbe incontro a glorie sempre maggiori se a un certo punto del suo percorso, sospinto non si sa più se da una crescente nostalgia della terra natia (con la quale, nonostante la distanza, non ha mai interrotto i contatti), o piuttosto da quel sotterraneo, masochistico impeto di autodistruzione che spesso coglie chi non è abituato agli apprezzamenti e agli allori, non decidesse di tornare al suo paese.

Lì ritrova luoghi familiari e persone che senz’altro gli vogliono bene, ma anche molto meno spazio e pochi stimoli per alimentare il suo talento. Allora, come tutti i veri artisti, Marino fa da sé, fa comunque, ad ogni costo, perfino a costo zero: s’ingegna, si adatta, progetta, disegna e dipinge logotipi, insegne, cartelli, manifesti, vetrine, addirittura ricami per corredi, punteggiando i negozi e le case di Loreto Aprutino con le sue creazioni per compensi ridicoli.

Il suo multiforme talento artistico resta immutato; colpisce invece il declino fisico, evidente se si confrontano la foto che lo ritrae giovane a Firenze, la chioma folta e gli occhi accesi da grandi speranze, con quelle degli ultimi anni loretesi, che raffigurano un uomo dimesso, dall’aria gentile e rassegnata. Reclusosi in una solitudine quasi monastica, scandita da parche abitudini, non gli importa che intorno a lui crescano le voci e gli aneddoti che lo dipingono “strano”, “particolare”: pare deciso a vivere con pochissimo, basta solo che gli si dia modo di esprimersi, regalando frammenti di bellezza ai suoi paesani.

Tanta trascuratezza e oblio di sé alla fine lo vincono: verrà trovato morto sul ciglio della strada come un clochard, ma sepolto da un candido manto di neve… come se la natura stessa che tanto lo aveva ispirato si fosse commossa ed avesse voluto rendergli l’estremo omaggio. Marino Di Carlo però ha lasciato il segno, che riemerge intatto nella sua modernità, preservato dalla neve del tempo, grazie ad alcuni concittadini dalla sensibilità affine che oggi raccontano a tutti noi, attraverso una mostra e un libro, la vita e le opere di uno “sventurato di talento” povero di mezzi ma ricco d’ingegno.

DiCarlo

Tarramutu e tapparelle

6 aprile 2011

Avevi gironzolato per le vie e piazze ancora intatte della città più fredda d’Italia solo due giorni prima della notte più crudele del 2009: un impegno di lavoro nell’unico centro commerciale che sarebbe rimasto in piedi, poi già che c’eri un salto da tua cugina, studente fuorisede prossima alla laurea in Ingegneria. A dire il vero non avevi molta voglia di fare la turista: troppi pensieri per la testa, però ti eri lasciata convincere dai tuoi ciceroni improvvisati a una passeggiata prima di riprendere l’autobus extraurbano che ti avrebbe riportata sulle rive adriatiche. Tanto più che splendeva un bellissimo sole che scaldava e scolpiva cose, case e monumenti e Pasqua era già nell’aria, affollava le vetrine dei negozi di uova di cioccolato e ingentiliva le facce degli aquilani che ti scorrevano accanto nel Corso, ma chi l’ha detto che questa è la città più fredda d’Italia e che i suoi abitanti sono scostanti? Iniziavi a rilassarti pure tu, e accettasti l’invito a fermarti per il pranzo. “Fettuccine all’uovo con i funghi: preparo io, voi mettetevi comode!”. Che carino il tuo coinquilino, se poi è pure un bravo cuoco… sicuro che siete solo amici?
Alla terza forchettata condita di chiacchiere universitarie il coinquilino carino si blocca in una parola sconsolata: “Arieccolo!” Alzi gli occhi al soffitto: in effetti sì, c’è il lampadario che oscilla lieve come una baiadera, ma saranno le fettuccine che paiono davvero fatte in casa coi funghi di montagna, sarà il sole che splende quasi estivo oltre le finestre, sarà che sei in compagnia di due futuri ingegneri, quella breve scossa decisa quasi ti sembra una barzelletta; e dopotutto sei mesi di scosse continue a te arrivano solo attraverso i notiziari della televisione, “Voi sulla costa siete più fortunati, qua ormai è da Natale che ju tarramutu si fa sentire almeno una volta al giorno, ancora più spesso di notte… ormai ci siamo abituati, e dormiamo vestiti”, commenta tua cugina. La guardi meglio in viso e noti che ha le occhiaie un po’ più scure di quanto ricordassi: forse non è solo a causa delle serate universitarie in discoteca. Pronunci inutili frasi solidali e ti rimetti tranquilla a mangiare: in fondo, se neanche i due futuri ingegneri si sono precipitati fuori cavalcando i quattro piani di scale senza ascensore di quel malconcio palazzotto popolare (ma i fuorisede, si sa, devono adattarsi) e hanno continuato a ingoiare fettuccine, non c’è pericolo. Lo dicono e ripetono da giorni anche i tecnici alla radio e alla televisione; sì, c’è un certo Giuliani che parla di livelli di radon in aumento, ma chi ha mai sentito parlare di lui, chi è questo qua, sarà qualcuno che vuole farsi pubblicità o fomentare inutili allarmismi, insomma cittadini aquilani datevi una calmata e non rompete le scatole con ‘sto tarramutu, non ci sono indizi che facciano pensare che si stia preparando una scossa di maggiore entità, sì questa è zona sismica e vi ricordate il terremoto di Avezzano del 1915, ma questa è un’altra epoca, un altro secolo, abbiamo tecnologie avanzate strumenti sofisticatissimi, no non possiamo escluderlo ma nemmeno prevederlo quindi state tranquilli e tornate nelle vostre case che non c’è nessun pericolo.
Riparti da L’Aquila con lo sguardo distratto di chi non sa che è l’ultima volta che la vedi intera, contenta del fuoriprogramma, della passeggiata e delle fettuccine, un po’ invidiando i due futuri ingegneri con tutta la vita davanti; li hai invitati a Pescara, la prossima volta cucinerai tu. Mi raccomando, quando volete siete miei ospiti, ho una camera in più. L’unico difetto è che non ha le tapparelle, quindi se siete abituati a dormire al buio la vedo dura! Per fortuna tu invece nella tua stanza puoi calarle fino a terra e non far entrare nemmeno un filo di luce: solo così riesci a prender sonno, nel buio totale. L’oscurità ti culla come un grembo materno, dimentichi tutto e tutti, anche te stessa. Aaaaaahh.
Oh. Oh? O-o-oh! Oddio che succede oddio il letto balla come un tagadà oddio non si vede una mazza oddio ju tarramutu oddio Scappa-Scappa-Scappa, rotoli giù sul pavimento, accendere la luce sul comodino è un pensiero perso in distanze siderali; solo un allarme ti risuona dentro Scappa-Scappa-Scappa, ma come faccio a scappare scalza, cerchi a tentoni le pantofole per terra ma le spingi ancora più in là; ti infili sotto al letto con uno scatto da lucertola, pancia a terra e faccia nella polvere, il pensiero che forse rimarrai sepolta lì ti annichilisce per un eterno secondo; lasci le pantofole al loro destino, ti rialzi oscillando insieme alla stanza, inutile cercare punti fermi sulle pareti che paiono di gomma, Scappa-Scappa-Scappa, finalmente spalanchi la porta blindata e ti ritrovi sul pianerottolo a gridare Aiuto con una voce strozzata che non è la tua. Ti risponde la faccia stravolta del dirimpettaio in pigiama con famiglia al seguito. E’ stata lunga e brutta, vi dite, ma ora ha smesso. Dai, torniamo a dormire.
E chi dorme? Rientri in casa, accendi la radio internet la tv: parlano di una violenta scossa di terremoto con epicentro nei dintorni de L’Aquila, cavolo! Chiami subito tua cugina al cellulare, chi se ne frega se sono le tre del mattino: se qui a Pescara si è sentita così, chissà là che cavolo è successo. Ti tranquillizza, hanno ancora un futuro davanti: col coinquilino carino sono riusciti a scappare ma la casa è lesionata, stanno per lasciare L’Aquila in macchina, con solo i vestiti che portano addosso e i documenti, di risalire lassù al quarto piano proprio non se ne parla, stavolta è stata la scossa più forte e lunga di tutte e loro hanno davvero i nervi a pezzi, dopo questa notte non ne possono più, dopo sei mesi di allarmi non ne possono più, non vogliono mai più riprovare un terrore così. Avast’, basta.
Anche tu non vuoi: non vuoi mai, mai più nella tua vita riprovare la paralizzante sensazione di svegliarti di botto nel buio assoluto con la sensazione che sia arrivata la fine del mondo. Da oggi in poi, dormirò sempre con le tapparelle alzate. Ripeti la tua decisione a chiunque incontri: è la tua frase di rito per chiudere i resoconti e racconti sulle esperienze personali di quella notte, in un rito di rielaborazione collettiva. Eeeh ma che fifona che esagerata che sei ti dicono, parli tu che eri a Pescara! Figurati allora se stavi all’Aquila?? Ti è bastato, lo ripeti a tutti: quella notte hai scoperto che l’oscurità può essere matrigna. Sono passati due anni, nella tua regione e nella tua vita è cambiato molto, è cambiato tutto. Non è cambiato niente.

Mio nonno l’Olivo

24 marzo 2011

Una giacca di panno scuro e una testa roseocandida in mezzo a un gregge di pecore lanute, accampato sulle colline teatine punteggiate di olivi: dell’unico nonno conosciuto ricordo pochissimo (quando è morto avevo quattro anni), ma sufficiente per farmi emozionare durante questo spettacolo e per rispondere con questa lettera-recensione al suo autore-attore:

Carissimo Fausto,

nel tuo spettacolo ho trovato quello che cercavo e molto di più. Ci hai trasportati tra realtà e leggenda, in uno slalom orale, musicale e corporeo punteggiato dalle fatiche quotidiane della coltivazione e dai riti familiari della divinazione, dai suoni caldi dell’organetto e del dialetto, evocando una simbiosi uomo-natura che oggi sopravvive a stento in un mondo rurale sempre più urbanizzato, impestato dal “marketing territoriale”, che riduce la coltivazione dell’olivo alle gite nei frantoi e all’acquisto di bottigliette rifinite a prezzi esorbitanti… che però non servono a far rivalutare tanta abbondanza, a far capire a chi la campagna la vede a malapena un paio di volte l’anno (per i frantoi aperti e le cantine aperte, appunto) tutta la bontà e la ricchezza di una pianta “che fa solo del bene, che dà da mangiare, che preserva dalle malattie”, ma anzi la deprezza del suo significato più vero, più sacro: memorabile a questo proposito il momento in cui l’attore racconta di guardare il cielo tutte le sere prima di andare a dormire, descrivendo le stelle col loro luccichio, chiedendosi chi ce le ha messe, da dove venga tanta bellezza; mi ha ricordato José Saramago, che nel suo discorso per il conferimento del premio Nobel (vedi la versione integrale, tradotta splendidamente in italiano da un mio caro amico traduttore e contadino, ma probabilmente la conosci già) parla di sua nonna, che di fronte alla bellezza delle stelle si rammarica di dover un giorno lasciare questo mondo, e di suo nonno, che da vecchio passa nell’orto ad abbracciare e salutare piangendo tutti i suoi alberi, perché sente che presto non li avrebbe mai più rivisti. Il contrasto tra la permanenza della natura e la fugacità della vita umana tornerà nel poetico finale della pièce.

“Mio Nonno l’Olivo” è un canto struggente (spero tanto che non sia un ‘canto del cigno’: no, non sarà tale finché ci saranno persone come te, e realtà “paradossali” che ne terranno vivi la memoria e lo spirito!) su cui incombe lo spettro di un universo globalizzato, dove i lavori pesanti e manuali sono delegati agli immigrati, forse tra i pochi rimasti (insieme a qualche vecchio, il cui sapere rischia di venire sprecato nell’oblio) a parlare ancora la lingua della terra; se non fosse che (e qui si inserisce un’agrodolce nota di costume) alle piante bisogna parlare usando la loro lingua madre, e forse chissà, anche gli olivi al suono degli idiomi extracomunitari restano disorientati, persi, come un nonno forzato ad abituarsi a una badante straniera. E a proposito di voce: toccante l’uso di quella fuori campo dell’anziano, che in una vera e propria lezione di antropologia culturale elargisce la sua sapienza sull’olivo (e sul mondo): pianta bella e fonte di bene, come tutte le opere buone “creata da Gesù bambino”, opposta alle piante e alle cose cattive create dal demonio.

Uno spettacolo povero ma allo stesso tempo ricco, che si snoda tra le sagome stilizzate della scenografia e suggestivi giochi di luce, in cui prende corpo un monologo che è anche un dialogo: tra attore e albero, attore e musicista, attore e pubblico. Uno spettacolo in cui alla personificazione dell’albero da un lato, corrisponde la “vegetalizzazione” dell’uomo-attore dall’altra, che tra danze, filastrocche e anatemi si immedesima nell’olivo centenario, abbandonato in un bosco di simili, dove da troppo tempo non si conosce più la mano (radicale ma fondamentale) del potatore. L’uomo vorrebbe salvare l’albero, riportarlo a nuova vita, farlo sentire di nuovo giovane, utile e felice, carico di quintali di frutti, ma purtroppo non ha né le forze fisiche né i mezzi: parliamo del sostegno colpevolmente latitante dello Stato, che preferisce destinare contributi ad altre colture non autoctone o, peggio ancora, al cemento delle fabbriche e della grande distribuzione organizzata — non dimentichiamo che l’Abruzzo è al vertice di una poco invidiabile classifica, come prima regione in Italia per l’alto rapporto tra numero di ipermercati e popolazione residente!

Permettimi infine qualche nota personale: sono figlia di un contadino (a sua volta figlio di mezzadri, e a vent’anni diventato cittadino suo malgrado, ma che per tutta la vita ha dedicato alla terra ogni suo momento libero, ogni pensiero, rimpiangendo sempre il tempo in cui “non avevamo niente… ma non ci mancava niente!”), così anch’io da piccola ho raccolto le olive rimaste sotto gli alberi, riempiendomi le unghie di terra; cresciuta, ho aiutato a rastrellare i rami nelle terre di parenti e amici, perciò ho sempre “nuotato nell’olio”… non ho MAI usato altro condimento in cucina se non quello fresco, verde-oro, squisito delle terre teatine, aprutine, ascolane… figurati che quando vado in un ristorante evito di ordinare l’insalata, per evitare di condirla con un olio di dubbia qualità. E poi: gli impacchi da tenere in testa tutta la notte per ridare lucentezza ai capelli; i cataplasmi con olio d’oliva e foglie di rovo, toccasana per le scottature; dopo scongiuri segretissimi, lasciar cadere le gocce di olio d’oliva nel piatto colmo d’acqua per vedere/scacciare il malocchio (e il mal di testa sparisce all’istante!)… e mille altre emozioni e saperi che senza la mia famiglia e altre conoscenze ed incontri non avrei mai assorbito, senza le quali probabilmente oggi non scriverei degli articoli per un portale specializzato in tematiche agroalimentari, né forse avrei apprezzato appieno il vostro spettacolo. O forse sì?? Sarei curiosa di conoscere le sensazioni e le opinioni di chi queste cose non le ha mai nemmeno respirate, e per questo ti esorto a portare Nonno Olivo anche in città. Presto, però!

Un abbraccio affettuoso, e tante belle cose a te e al Paradosso.

Update del 26 marzo: la mia recensione è stata appena pubblicata anche sul sito della compagnia. Grazie a tutti!

Morto dentro

10 gennaio 2011

Parafrase per parafrase, è “a dir poco singolare” assistere alle sparate di chi, con cosiddetto “sano realismo padano”, esalta le capacità autorigeneratrici ed autoimprenditoriali dei veneti rispetto a quelle degli abruzzesi, visti come “peso morto”, zavorra in lagnosa attesa di aiuti statali, “riedizione rivista e corretta dell’Irpinia”; di chi, in un faticoso clima di celebrazioni per il centocinquantenario, blatera di “disaffezione delle genti del nord” e di “rottura inevitabile con lo stato centralista”.
Inevitabile anche il mio commento a caldo: peso morto sarai tu, mister b minuscola. Peso, sulle teste dei cittadini italiani che ti pagano il grasso stipendio da europarlamentare; e soprattutto morto, morto dentro, verdastro generatore di frasi grette e biliose!

Minaccia d’istupidimento

1 dicembre 2010

“Lo sguardo non trova ostacoli, i polmoni s’allargano al respiro dell’infinito.
Attenzione! In queste sublimità c’è minaccia d’istupidimento. L’uomo deve vivere dentro camere piccole e basse, e il cielo o non guardarlo affatto, o guardarlo attraverso finestre molto strette.”

(Alberto Savinio, Dico a te, Clio, Adelphi, 1992: in gentile e appropriato prestito.)

A domanda, rispondo

13 novembre 2010

Resto. Nonostante e malgrado tutto, resto, ancora, qua, nella nostra splendida, maltrattata Italia. I motivi sono diversi, questo (banale, scontato, stucchevole… lo so: chisseneimporta!) è quello di oggi:

cielo azzurroterso + soleestivo + 25 °C + Adriatico cristallino e carezzevole + vele bianche + corpulenti, villosi sub a torsonudo + statuario, pazzo podista scalzo in costume da bagno + traffico di pescatori-venditori (fresche palamite e lumachine occhieggiano da scatole di polistirolo, subito ghermite da acquirenti entusiasti) + sorridenti perdigiorno canedotati + 60 minuti di corsa su spiaggia in modalità diesel = BEATITUDINE.

“Allora, che mi RACCONTI?”

14 giugno 2010

Non so voi, ma questa innocente domanda, rivoltami da conoscenti che magari non vedo da tempo, mi mette spesso in difficoltà. Oggi però un paio di cosette da raccontare e sfoggiare ce l’ho:
– il mio racconto “Alzati e cammina” (in una prima versione inedita e leggermente diversa da questa pubblicata on line lo scorso aprile) ha vinto l’altroieri il Premio Teramo (sito non ancora aggiornato con i risultati ma presto lo sarà), nella sezione intitolata allo scrittore Mario Pomilio. Premurosissima, puntuale e generosa l’organizzazione, con albergo, cadeau, aperitivo, cena, consigli turistici, giuria di qualità, pubblicazione e grandi ospiti compresi;
un altro mio racconto è uscito tempo fa su internet, ma sull’onda dell’euforia post-premiale lo segnalo solo ora;
– questo imperfetto blog si prende una vacanza dall’imperfetto WordPress (cfr. le didascalie scombinate delle foto di seguito): auguro una bella estate a lettori abituali e occasionali, commentatori, linkatori e anche, perché no? agli invidiosi e ai detrattori (e chi ha “capa”, capisca ;-))


Primi, magici istanti sul palcoscenico: il sorridente “Brava!” di Ena Marchi mi manda in orbita…


Ena Marchi editor Adelphi in lettura della motivazione, Sandro Galantini “bravo presentatore” in partecipato ascolto, la scrivana scrittrice in brodo di giuggiole

presentatore e premiata in attesa dell'ambita statuetta...

Il Prefetto di Teramo (o era il Viceprefetto? Non ricordo, troppa emozione!) mi consegna l'agognata statuetta, mentre un cameraman entra in azione...



Tra ospiti illustri e illustri sconosciuti, tutti i premiati del “Teramo” 2010: Edoardo Albinati, Emanuela Verdone, Alberto Arbasino, Franca Di Muzio, Daniela Fabrizi.

Una regione di pistoleri

8 giugno 2010

Abitavo nel Far West e non lo sapevo. Per fortuna c’è chi, con frasi misurate e illuminate, mi ha aperto gli occhi.

Pescavilla

26 maggio 2010

Stessa spiaggia, stesso mare? Non proprio, non quest’estate, che si preannuncia più randagia che mai per la scrivente. Avendo dunque appena rinunciato alla prima fila storica nello stabilimento storico, ai chi-non-muore-si-rivede-e-a-casa-tuttapposto-e-ti-vedo-bene con i vicini d’ombrellone, ai sorrisini e/o alle occhiatacce quando un gruppone di adolescenti abusivi si spaparanza beato sotto la ‘tua’ ombra, agli ospiti imprevisti che sono sempre sacri e vanno onorati con offerte di sdraio/lettino/crema solare/granita/massaggio pseudoshiatzu, alle processioni di ciarlieri venditori extracomunitari che ti si fermano proprio davanti agli occhiali a specchio ben sapendo che fai solo finta di dormire, ai pettegolezzi orecchiati sull’ex amante del fu cardiologo, sul divorzio dell’atletico podologo, sul tardivo figlio dello psicologo, all’invidia critica per la dynasty di simil-Agnelli che da almeno tre generazioni infesta la palma di fronte al tuo ombrellone, alla competizione all’ultimo tanga con le solite note, al bagnino harleydavidson-dotato con drago e sorriso tatuati, al gestore ex-calciatore che se ne sta qui per cinque mesi l’anno e gli altri sette se li passa in Spagna alla faccia e coi soldi tuoi, a sua moglie ex reginetta di bellezza che pare essersi rifatta la faccia prendendo a modello Martina Colombari, al ricco pensionato che con la scusa della simpatia ti ruba il giornale non appena vai a tuffarti, ai parenti poco serpenti, agli scogli ancora una volta foderati di cozze ma sempre più incassati nella rena, non sono però riuscita a rinunciare del tutto alla location.
Così, specializzata nelle (auree? mah!) vie di mezzo, indecisa su quale lembo di spiaggia libera superstite piazzarmi, ho scelto quello che confonde il confine tra Pescara e Francavilla, ribattezzandolo con un naming neanche tanto originale (rinunciare alla scimmia del copy: questa la vedo più dura!), frutto della difficoltà dei distacchi definitivi, della necessità di tenere insieme tutto o, più semplicemente, della vicinanza (cinque minuti in auto, dieci in bici) e della limpidezza di quel tratto di mare che sempre mi ipnotizza, mi avvolge, mi culla.