Archive for the ‘affetti’ Category

Metterci il cuore

2 gennaio 2017

Due giorni dall’inizio del nuovo anno, e io che non faccio mai bilanci per iscritto stavolta ho voglia di tirare un po’ le somme.

Sarà che a breve mi arriverà il resoconto annuale delle statistiche di WordPress, con i dettagli degli accessi a questo blog, che confermeranno la mia natura a-social.

Sarà che il mio 2016 è stato un anno memorabile, sotto tanti punti di vista.

Sarà che ho chiuso e sto affrontando tanti sospesi… e che questo blog rientra appunto tra le zavorre di cui credo di poter fare a meno nell’anno nuovo.

Nel 2016 ho pubblicato qui soltanto due post, uno a gennaio e l’altro a febbraio; dopodiché, il silenzio. Ma nel frattempo ho scritto e pubblicato, perfino tradotto altrove: su e per Medium, Twitter, Abbiamo le Prove, Fazi, servendomi di forme e piattaforme a me più congeniali. Luoghi pur sempre virtuali ma con un loro calore di fondo, dove avevo e ho ancora voglia di scrivere, di comunicare, di lasciare tracce che, a sentire le reazioni e i commenti, hanno toccato il cuore a molti.

Perché io per prima ci ho messo il cuore.

39-matisse-icaro

Henri Matisse, Icaro

Questo blog, invece, un cuore non ce l’ha più. Specie dopo la pubblicazione del libro omonimo, se lo è perso per strada, post dopo post, e al suo posto sono subentrati testa, smania di copyare, giochi di parole, citazioni… tutte cose anche piacevoli ma, gratta gratta, vuote. Che non toccano e non lasciano traccia.

…her heart wasn’t in it”: “…lei non ci metteva il cuore”. Traduco molto alla lettera, pescandola a caso (anche se al caso ormai non credo più), una frase dal secondo libro che sto finendo di co-tradurre insieme a @ennemme (co-tradurre libri “veri”, di carta, per un vero editore: una bella sfida e soddisfazione nel 2016). Metterci il cuore, ascoltare di più la pancia evitando di disperdere le mie energie vitali, è diventata ormai un’esigenza imprescindibile.

Per questo, la copydimare resta su Medium e Twitter, ma chiude “Lo scopriremo solo scrivendo”, ringraziando il suo pubblico a suon di musica. E per il 2017, vi rimanda al suo nuovo sito in costruzione, copydimare.com, e ad altri progetti di scrittura ancora troppo embrionali per volerne parlare adesso.

Siti e progetti ancora tanto, tanto incompleti e imperfetti (non lo siamo sempre tutti?), magari più sofferti, ma in fondo più sentiti e autentici… più vivi.

https://www.youtube.com/watch?v=l6brhcxdKKo

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Lontano dagli occhi, vicino al cuore

23 dicembre 2014

Da te ho ripreso la somiglianza fisica, e quei pochi lati buoni del mio carattere; tra le scoperte tardive, anche il gusto comune per i giochi di parole e la curiosità per le lingue. Mio caro papà, nel mio primo Natale senza te non farò l’albero, ma mai come adesso che ti ho lontano dagli occhi ti sentirò vicino al cuore.
Per questo ti dedico l’ultima canzone della “pazzarella” — così la chiamavi — che tanto ti piaceva, e questo mio (anzi, nostro!) racconto.

L’albero delle scarpe

“Potrebbero sempre servire”.
La sentenza arrivava quando bisognava decidere se tenere qualcosa o buttarla. Era così che gli oggetti in bilico tra usa e getta si guadagnavano di volta in volta un’altra possibilità, un’altra vita.
Inutile invocare la moda, la decenza o semplicemente la voglia di qualcosa di nuovo. Eri o non eri figlia loro? Se sì (anche se da bambina avevi spesso fantasticato del contrario: una catena di sequestri di persona, adozioni segrete, morti tragiche e improvvise ti aveva condotta lì, a chiamare Mamma e Papà un uomo e una donna che in realtà non avevano il tuo stesso sangue), allora come potevi essere così avventata, così poco previdente, così… cicala?
“La cicala e la formica” non era forse stata la tua favola preferita, da leggerti tutte le sere per insegnarti il valore del risparmio? Mentre la cicala dissennata spendeva, spandeva e sprecava, guadagnandosi la tua segreta ammirazione, l’oculata noiosa formica accumulava, in vista di tempi cupi. Perché erano sempre in agguato, i tempi di magra: ineluttabili e ciclici, come al giorno segue la notte, all’estate l’autunno, all’autunno l’inverno; e allora, prima di buttare via qualcosa bisognava pensarci mille volte, cercare di salvare il salvabile. Un imprevisto, una disgrazia, un evento catastrofico e succhiasoldi poteva sempre capitare: e chi non aveva accumulato risorse per tempo, povero lui!
A questi moniti visualizzavi te stessa nei panni di una profuga di guerra che non aveva più di che vestirsi e di che mangiare. Era quella la fine che facevano le cicale. Dovevi allora convenire che sì, forse era meglio non buttare oggi quello che potrebbe ancora servire domani: un cappotto che ormai ti è venuto a noia ma sai, magari tra qualche anno, complici i corsi e ricorsi della moda…, o un paio di scarpe che hanno iniziato a zoppicare ma che però, basterebbe portarle da un bravo calzolaio e tornerebbero quasi nuove: come una pianta che, dopo stagioni rigogliose, si spoglia delle sue foglie e sembra sul punto di morire, finché una potatura di quelle drastiche ma ben fatte le ridona nuova linfa.
Adesso il giardiniere sei tu. Sei tu che puoi, che devi sfrondare quella casa del vecchio e del superfluo, tagliare i rami secchi prima di affidarla a mani straniere. Cicala di natura, ti è toccato essere formica, ma ora puoi finalmente buttare via, sfoltire, alleggerire quella nuda proprietà del ciarpame, nell’attesa di rientrarci e trasformarla a tua immagine e somiglianza. A che ti servono i giorni di permesso della “104”, sennò? A prenderti cura dei tuoi, ma anche di te in quanto caregiver, come consigliato da manuali e gruppi di auto-aiuto: riservate del tempo a voi stessi, senza sentirvi in colpa. Avete bisogno, anzi il diritto di ricaricarvi.

L’urgenza di un repulisti ti colpisce una sera in cui, saltando da un canale all’altro, inciampi in “Sepolti in casa”, il programma che descrive le vite soffocate degli accumulatori compulsivi. Inorridisci alla vista di quelle montagne di oggetti e dei loro inani proprietari, ma sei anche sollevata: tu non sei come loro. La casa in cui abiti adesso è di una nitidezza zen, pochi mobili tra i quali il feng shui può circolare con agio. Nella nuda proprietà, però, è un’altra cosa. Lì in alcuni punti il cumulo cresce e prospera; in particolare nella tua ex cameretta, adesso diventata stanza di sgombero, intasata degli oggetti più disparati che loro non riescono a buttare via: potrebbero sempre servire.
Inizierai da un sopralluogo, che ti permetta di pianificare una serie di raid sgombratutto. Un po’ alla volta, da formica coscienziosa, da brava figlia, riuscirai ad alleggerire casa; poi la cicala sventata e menefreghista riavrà finalmente il suo spazio. Domattina sul presto farai un giretto esplorativo, non più di un paio d’ore, poi avrai ancora tutta la giornata per te. E sempre sia lodato il promotore della legge 104.
Un oggetto tira l’altro, e il giretto diventa indugio, curiosità, sorpresa, sconforto. A ora di pranzo sei ancora lì, in preda ad un gironzolare inquieto e inconcludente, con una busta di plastica rigonfia appesa al braccio, intenta a frugare in angoli e cassetti dimenticati, a caccia di non sai neanche tu bene cosa. Spazio. Pulizia. Chiarezza. Vita zen, vita semplice, leggera e spensierata.
Hai già raccolto un discreto bottino di calzini scompagnati, ricevute fiscali del secolo scorso e fazzoletti incrostati quando ti decidi ad affrontarla, la scarpiera degli orrori; per un momento ti vedi da fuori, se fossi un regista a quel punto inseriresti un sottofondo musicale alla Dario Argento, degno commento di oscuri reperti calzaturieri appartenenti a un’età remota: quella in cui lui usciva senza accompagnamento, diretto verso molti doveri e pochi piaceri.
Ne esce un odore secco, di sudore antico, veicolato da una cipria impalpabile che si sparge tutt’intorno, placida e inesorabile come una nube tossica. Spalanchi la finestra e ti avvicini di nuovo al mobile, gli occhi strizzati come Indiana Jones all’ingresso del tempio maledetto, all’erta per il primo cobra che gli toccherà ammazzare. Ahhh! Non è possibile, sono ancora lì! Quel paio di mocassini neri con cordoncino in rilievo a sottolinearne la punta, che lo hanno portato a spasso per matrimoni e funerali, immortalati in ogni foto incorniciata d’argento sulla mensola del salotto… quelli vanno proprio eliminati: ora, subito, e sostituiti al più presto con un paio nuovo. Altrimenti, rischia di calzarli anche al suo funerale; e poi te le immagini, le facce dei parenti davanti alla bara mentre gli guardano le scarpe sfondate? Un pensiero che ti colpisce a tradimento e che rapido svanisce, lasciandoti dentro una scia di odio di te.
Allunghi una mano per prenderli e buttarli, ma ti manca il coraggio. Ti sembra incredibile che siano sopravvissuti per decenni su quella mensola, sempre in bilico tra le sommerse e le salvate, immuni dal periodico pogrom che portava le altre scarpe a consumarsi, bucarsi e sparire: loro no, per qualche misterioso motivo sono rimaste lì, seconda mensola dall’alto, in ossequio al motto di chi ha conosciuto la fame e la miseria, e ha incistata dentro quella tendenza a non sprecare, a non buttare, a riciclare che poi si è appiccicata addosso anche a te, e che cerchi invano di scrollarti via ad ogni cambio di stagione: “Potrebbero sempre servire”.
Poi gli anni così ben portati hanno iniziato d’improvviso a manifestarsi, incespicando i suoi passi e strascicandogli l’andatura, moltiplicandogli i dubbi e confondendogli i pensieri, sostituendo all’abitudine quotidiana della lucidatura e cernita delle scarpe la scelta reiterata di quel vecchio paio consumato. Tu intanto, portata dai tuoi anni, dai tuoi dubbi e dai tuoi pensieri, non ci hai voluto fare troppo caso: brava figlia davvero, cicala ed egoista, che non trova neanche il tempo di accompagnare suo padre a comprarsi un paio di scarpe nuove.
Mastichi senso di colpa e pranzo, mentre i tuoi assaporano la tua presenza imprevista regalandoti sorrisi timidi, brani di vecchi aneddoti, generiche domande sulla tua sfera professionale: “Sul lavoro, tutto a posto?”. Certo, certo. Come sempre. Raduni i piatti vuoti, facendo cadere il coltello del pane; ti chini a raccoglierlo vicino ai piedi di tua madre. In effetti, anche per lei sarebbe ora di un paio di pantofole nuove; per lei non è ancora troppo tardi per piacersi e fare scelte consapevoli, in linea con i suoi gusti. Nonostante l’ossessione del risparmio e del riciclo, è sempre stata una gran vanitosa.
In un soprassalto di solidarietà femminile, ti offri di accompagnarla in quel negozio in semicentro: quello col proprietario gentile e paziente, la vetrina affollata di calzature adatte a piedi anziani e un vasto assortimento di pantofole per tutte le età.
“Veramente, servono di più a lui”, risponde. Siamo alle solite, trascura se stessa e le sue necessità per pensare agli altri.
Insisti: “Andiamo, dai, ti accompagno, vedi se trovi qualcosa che ti piace, che ti serve”.
Insiste: “Lui è rimasto senza niente, a parte quelle; non può più uscire con quelle”.
Meglio lasciar perdere. “Magari vado prima io a dare un’occhiata in negozio e poi ti dico”.
“Magari guarda anche per lui”, rilancia. Proprio non riesce a toglierselo dalla testa.

Apri la porta di casa tua con il sollievo di un naufrago a cui hanno lanciato una ciambella di salvataggio. Niente cumuli e accumuli lì, lì ti riconosci, trovi conferma della tua diversità. Sei ormai nello stadio in cui la preoccupazione ha inquinato l’affetto, e il tempo che trascorri con i tuoi è perennemente occupato da rogne, ansie, incombenze piccole e grandi che avanzano di pari passo con la loro perdita di autonomia.
Decisa a non farti sommergere, a non sprecare almeno il pomeriggio di questa benedetta “104”, prepari una lista mentale dei tuoi desiderata.
Scarpe, no: giusto la scorsa settimana te ne sei comprate due paia in quel concept shop fresco di inaugurazione, che sembrava uscito pari pari dal meraviglioso mondo di Amèlie.
Piuttosto un paio di collant in microfibra,
un coordinato intimo,
un maglione di un colore che non hai mai indossato…
…tutto pur di vederti bene, vederti bella, vederti nuova, anche se per poche ore. Tutto, pur di non pensare.
Scarpe no, ma un paio di pantofole sì. È da una settimana che ti infili quelle che lui ti ha lasciato in camera, non è ancora chiaro se come pegno di ritorno o di addio. Nessun mobile le accoglie o nasconde, e non solo perché nella tua linda dimora perfino le scarpiere sono bandite: vederle ogni giorno, avere la prova che lui c’è stato, c’è e ci sarà ancora, assaporarne l’impatto carezzevole nelle albe fredde. Giri e rigiri i piedi in quel maschio velluto a coste e pensi, Questa è l’unica cosa calda di lui che ho.
Tra una pantofola e l’altra si son fatte già le quattro, tra poco i negozi riapriranno: cosa aspetti? Vai a comprarti qualcosa!

La porta della camera da letto è ancora chiusa — da qualche mese, la sua pennichella va sforando fin verso le ore serali. Chiedi lo stesso a tua madre se dorme. Lei capisce, apre la porta e lo chiama piano, con divertita tenerezza, come se invece di un marito fosse un figlio un po’ testone, un bambino ultraottantenne che non vuol saperne di alzarsi.
Dalla montagna di coperte aggrovigliate emerge un brontolio cetaceo modulato su note interrogative. Lo interrompi con il tono più giulivo del tuo repertorio vocale:
“Alzati pà, andiamo a comprare le scarpe nuove!’”.
Lui sospira e si rincalza le coperte sulla testa.
“Dai su, andiamo!, ché si fa tardi”.
‘Fare presto’, ché ‘si fa tardi’: categorie temporali che, a dare ascolto a quella maledetta diagnosi, non gli appartengono più. Invece, il pensiero molesto della fretta gli fa riacquistare d’improvviso volontà e favella:
“Scarpe?? Che scarpe… non mi servono!”.
Tua madre ti soccorre:
“Su, approfitta del passaggio! Anzi, sapete che vi dico: posso venire anch’io?”.
Al che lui capitola immediatamente, e tu cerchi di non pensare a come sarà attraversare la strada con due ultraottantenni in odore di Alzheimer. Angeli custodi, se esistete: datevi una mossa.

Trovi miracolosamente parcheggio in una zona tranquilla, fitta di alberi quasi newyorkesi. Con cautele da artificiere, aiuti i tuoi a uscire dall’automobile. Lei subito a suo agio, zampetta allegra tra le foglie fruscianti dopo mesi di arresti domiciliari volontari. Lui, che di arresti e di arrestati in trent’anni di lavoro in carcere ne ha visti tanti, arranca dietro strascicando i piedi come un galeotto coi ceppi alle caviglie, facendo risuonare ad ogni passo i tacchi consumati delle scarpe: quelle scarpe, quelle nere con il cordoncino in rilievo, che ha calzato a innumerevoli matrimoni – tutti, tranne il tuo – e che prima non hai avuto il coraggio di toccare, figuriamoci di buttare.
In compenso, gli avevi preparato pantaloni, giacca, camicia, cravatta, giaccone, sciarpa perfettamente coordinati, pronti da indossare. Ci tieni che faccia bella figura, infatti poi hai visto come si guardava:
“Questo sono io”,
aveva proclamato riconoscendosi allo specchio dell’ingresso. Speravi mantenesse quella fierezza anche uscito di casa, ma fuori… fuori è un’altra cosa: macchine troppo veloci, luci improvvise e accecanti, rumore-rumore-rumore, una geografia urbana ignota e terrorizzante. Chi me l’ha fatto fare, penserà; ecco, adesso vi starà maledicendo, te e le scarpe nuove. Cerchi di farti perdonare allungandogli un braccio: “Attaccati qua, pa’”.
Fa finta di non sentirti, non lo vuole, non vuole il tuo appoggio, A costo di strascicare i piedi per tutta la città non ti permetterò di fare il bastone della mia vecchiaia. Gli attribuisci dei pensieri che forse lui nemmeno pensa, preso com’è dal non metter piede in fallo, dal non restare indietro: e sì che con tua madre, appesa all’altro braccio, avete già rallentato di molto.
Marciapiedi rachitici punteggiati di cacche di cane e di piccione, la memoria sbiadita di strisce pedonali si stende davanti a voi; lampioni avari di luce, ogni passo dura un secolo, lei fiduciosa al tuo fianco, lui sdegnoso dietro, ti giri continuamente a controllare che ci sia, che non abbia incespicato con quelle scarpe mezze rotte. Hai il terrore che succeda di nuovo. Hai già vissuto quell’odissea, con tua madre che inciampa e piomba a faccia in giù sul pavimento mal piastrellato di un supermercato – lagodisangue, incisivo saltato, faccia livida, commessi allarmati, sguardi pietosi, 118, dolore-paura-punti, dentista, neurologo, riposo & convalescenza, avvocato, controparte, risarcimento, medicolegale, scartoffie, visite-controlli-visite-controlli: non sai se avresti la forza di sopportarla da capo.
Un’ultima curva a gomito prima dell’agognata meta, macchine da dietro, davanti e di lato; ti giri di nuovo e gli tocchi il braccio: “Ehi, qua però devi attaccarti pa’!”
Niente da fare, come se non ti avesse sentita, gli occhi assorti in un punto imprecisato e le mani in tasca. Gliene tiri fuori una a forza: le ha sempre avute caldissime, dei veri termosifoni, accesi al massimo a tutte le ore e in tutte le stagioni, alla faccia delle notti all’aperto a fare la sentinella lungo il perimetro del carcere; ma quella che stringi adesso è inaspettatamente fredda. Tendi le braccia occupate come un vigile improvvisato per interrompere quel flusso di motori, creando un’isola magica dove attraversare incolumi tutti e tre: una piccola catena umana che si snoda a lenti passi verso il marciapiede di fronte.

La vetrina scintilla di precoci luminarie natalizie, ma lui non si lascia abbagliare. Nel mare di scarpe singole disseminate su un’asimmetrica teoria di mensole, ne individua subito una dall’aria familiare: mocassino, nero, ricamo a cordoncino. Non dice niente, ma il suo sguardo è quello di un setter che ha puntato la preda.
“Ti piace, pa’? Allora entriamo così le misuri eh?”
Alla faccia della crisi economica! Il negozio è affollato di anziani irrequieti, alcuni accompagnati altri no. Osservi gli altri caregivers cercando di indovinare chi è figlio e chi no, cerchi e trovi i loro occhi, giusto il tempo di scambiarvi un muto sguardo solidale prima di assistere nel giovanile rituale dello shopping i vostri preziosi fardelli. Dopotutto è un concept shop anche quello, un piccolo mondo di Amèlie alla rovescia, popolato di pantofole e scarpe ortopediche di mille fogge diverse. Incorniciati alle pareti, slogan calzanti blandiscono una clientela particolare:
— AD OGNI PIEDE, LA SUA SCARPA –
— NON TRATTARMI DA MOCASSINO –
— QUI LE PANTOFOLE SONO DI CASA –
addirittura,
— LA PASSIONE MUOVE I NOSTRI PASSI.
Inviti i tuoi ad accomodarsi su un paio di poltroncine imbottite liberatesi all’improvviso, come se il negozio fosse il tuo e loro dei nuovi acquirenti esigenti. Il proprietario gentile a quanto pare non c’è, lo sostituisce il nipote: un tipo tatuato con l’orecchino e la suoneria reggae nel telefonino che squilla e squilla appoggiato sulla cassa mentre lui, cosce piegate a terra come un marines in fase di perlustrazione, infila un paio di stivaletti imbottiti a una vecchietta con le ginocchia venate di blu, costrette da gambaletti a fiorellini. “Orecchino” trasuda da tutti i tatuaggi, nello sforzo di dribblare calli e varicose. “Fiorellino” lo osserva all’erta, in un silenzio compreso nel quale si sente solo lo scivolare del gambaletto nella guaina dello stivaletto.
Approfitti del momento in cui il fresco “fiorellino” azzarda pose strategiche davanti alla specchiera per pararti davanti all’“orecchino” prima che altri ottuagenari possano requisirtelo, e gli indichi il paio prescelto da tuo padre.
“Che numero?”, ti chiede asciugandosi le gocce di sudore dal sopracciglio destro – ha un orecchino piantato anche lì.
Domanda ovvia. Ovviamente, sei impreparata. “Hmmmm… una volta portava il 43… forse però adesso il piede gli si è…” la parola giusta sarebbe ‘rimpicciolito’, ma la sostituisci al volo con “…‘dimagrito’”, che suona meglio, più salutista, meno spaventoso; come se invecchiare non fosse altro che un rimpicciolire progressivamente, fino a sparire. No, non vuoi, non devi pensarlo così: lui è immortale, è Highlander!
“È che i piedi ti sono un po’ dimagriti, pa’, è normale… ecco qua: prova il 42, vedi se ti stanno bene”.
Entrano subito, senza difficoltà: e grazie, sono troppo lente… guarda qua, dietro al tallone puoi metterci un dito! Ci vuole il 41. Il previdente commesso reggae l’aveva già tirato fuori, ma ora sta sudando ai piedi di un’altra vanitosa. Afferri la scatola del 41 e un lungo cuneo plasticato giallo limone abbandonato su una poltroncina e li tendi a tuo padre: gli è sempre piaciuto usare il calzascarpe…
…non si ricorda più come si fa. Armeggia, fallisce, riprova, si spazientisce sotto gli occhi delle sue donne, ritrova finalmente il senso e il tallone, e una volta infilate non vuole più togliersele.
Con tua madre vi guardate, lo stesso sorriso vi illumina la faccia. A dirla tutta, il suo è molto più bello, con denti più regolari e labbra più carnose e definite; che perfino il dentista l’altro giorno, prima della seduta, cercava invano di toglierle il rossetto, finché ha capito che era quello il suo colore naturale. Labbra da baciare!
E papà, quante volte ti ha baciata, mamma? Ti ha mai mangiata di baci? O in cinquant’anni e passa insieme ti ha lasciata ancora affamata d’amore?
Tuo padre con quelle sue labbra sottili, loro sì più simili alle tue… scacci quei pensieri malsani rivolgendoti a Miss Sorriso 1947:
“Adesso che lui è a posto, pensiamo a te.”

Ce n’è voluto per convincerla, ma alla fine ha scelto: un bel paio di pantofole scamosciate bordeaux, ricamate in oro. La sfotti: “Così sembri una papessa!”. Ride con quella sua ghiotta bocca carnosa, accomodata nella poltroncina imbottita come in una sedia gestatoria; se potesse, uscirebbe dal negozio con quelle. Nel frattempo tuo padre, orfano di attenzioni, continua a tirarti per una manica, ripetendo a mo’ di litania la sua domanda impossibile:
“Dove sono le mie scarpe?”.
Maledetta malattia. Lo rimproveri sottovoce, sperando che gli altri clienti non lo abbiano sentito: “Possibile che non le vedi, le hai ai piedi!”, ma lui insiste.
Ma certo, che stupida! Intende il vecchio paio, quello che una volta a casa dovrai buttare… e che, nel frattempo, hai nascosto nella scatola dei mocassini appena acquistati.
“Sono lì, vicino alla cassa; non preoccuparti, tra poco andiamo”.
La scatola è rimasta semiaperta. Soffochi un brivido di vergogna alla vista al neon di quelle suole sformate, dei tacchi consumati fino a metà dal lato esterno: che camminate sbilanciate ci avrà fatto!, poteva inciampare e cadere in ogni momento, cretina che non sei altro!, gli angeli custodi hanno lavorato eccome, anzi hanno fatto gli straordinari!, e di quei fogli stropicciati di carta di giornale che lui piano piano, mese dopo mese, anno dopo anno, ci ha infilato dentro. Senza lamentarsi. Senza dirti niente. Senza chiederti di andare a comprarne di nuove. Per orgoglio. Per pigrizia. Per tirchieria. Per trasandatezza. Per incapacità di intendere, che era arrivato il momento, e di volere, di volerle. Per non farti preoccupare, perché se un piede rimpicciolisce di due numeri che c’è di strano, è l’età: basta aggiungere altra carta di giornale nei mocassini ed ecco fatto, adesso sì che calzano bene! Come nuove. Come se niente fosse. Possono ancora servire.
Dove cavolo eri, tu, mentre lui si infilava i giornali nelle scarpe peggio di un senzatetto? A che cavolo pensavi? Come hai potuto essere così cieca…?
Il rifiuto e la negazione sono la prima reazione, ripetevano gli psicologi agli incontri per i familiari. Poi arriveranno la rabbia, la depressione; infine, svilupperete strategie di compensazione.
Tua madre pare esserci riuscita benissimo: dopo le pantofole da papessa, ha adocchiato un paio di scarpe blu, sportive e con la zeppa. E sia, adesso grazie all’indennità di accompagnamento di lui può anche togliersi lo sfizio di un acquisto d’impulso:
“Si è ammalato purtroppo, ma almeno adesso a fine mese arrivano un po’ di soldi in più!”.
Non sei sicura che ti abbia detto proprio così, quella volta; forse è meglio se non ricordi bene, meglio se non rivanghi troppo la loro storia, le forze che li hanno spinti a fare famiglia, a volersi bene sì, ma non è tutto, non è tutto… se poi manca il volersi mangiare di baci, poi ti porti appresso di riflesso quella mancanza per sempre. Cerchi di sfuggirle in tutti i modi, ti riprometti Io Non farò Così, che sarà sempre e solo la PASSIONE a muovere i tuoi passi, passione pura, semplice e senza infingimenti, e poi ti ritrovi da sola con un paio di pantofole. Mangiati le pantofole adesso, altro che mangiata di baci.

Sistemati loro due, tocca a te adesso, scegliere le tue. Mica male, quel paio di folto velluto rosso fuoco, con una coppia di cuori di vernice cuciti sopra, rivestite di lana: belle calde!
Naaaah, con quelle ai piedi sarai ridicola. Chi ti credi di essere, con delle pantofole rosso fuoco coi cuori di vernice: Amèlie nel suo meraviglioso mondo?
In fondo, però, costano solo dodici euro… più i mocassini di tuo padre, le pantofole e le scarpe di tua madre, fanno… tanto quanto un solo paio di calzature concept. Alla cassa, gli orecchini del commesso scintillano come piccole comete; certo che ha proprio una faccia da folletto.
Fuori dal negozio, è già Natale. Metà novembre, alle luminarie vere e proprie manca ancora qualche giorno, ma tua madre è più accesa che mai. Guardala, com’è contenta delle sue due paia: un’anziana ragazzina che ha appena ricevuto un doppio regalo dalla sua mamma-figlia. “Evviva!”, esclama. Le sorridi. Non male, come strategia di compensazione.
Lui invece non ride, nemmeno sorride. Sembra pensieroso o incazzato, bella gratitudine! Ma no, non devi prendertela, non puoi pensarlo ancora concatenato a una logica di causa-effetto; dovresti saperlo ormai, che vive in una perenne confusione; che il camminare con delle scarpe finalmente della giusta misura, aderenti al piede, le suole bilanciate, gli pare strano, non ci si ritrova, come non si ritrova lì, per strada: sono anni che non esce fuori dal quartiere, e adesso è sera, in una città sconosciuta, col buio che si avvicina. Casa, sicurezza, Natale… per lui adesso sono lontani anni luce. Tocca a te riportarlo alla realtà, rassicurarlo e “contenerlo”, come raccomandato dagli psicologi del gruppo di supporto per familiari. Ricorda, il ‘suo’ albero di Natale non è proprio ‘acceso bene’.
“Immagini un albero di Natale con tutte le luci accese. Adesso immagini che non siano tutte accese, quelle luci, ma che funzionino a intermittenza. E che qualcuna si sia fulminata. E che non ci siano più lampadine di ricambio disponibili. Il cervello di suo padre è messo così. Quello di sua madre, invece, sta un po’ meglio”.
“Grazie per avermi illuminata, dottore”.

Tra qualche giorno, preparerai l’albero. Sotto ci metterai i regali impacchettati, per la gioia dei grandi tornati piccini: montagne di scatole, con dentro scarpe e pantofole che avete usato troppo, o che non userete mai. Perché non tutto può servire per sempre.
Le quattro buste con il logo del negozio di Amèlie ti pesano al braccio, mentre la luce piove in strada dalla vetrina e i loro occhi a corrente alternata attendono i tuoi per tornare a casa.


Dionino Di Muzio, 9.12.1925 – 9.12.2014

Sorvegliato speciale

19 maggio 2014

“La mattina in cui mio padre pisciò en plein air davanti a tutto il quartiere io non c’ero.”

Una mia storia, più vera del vero, è ospite oggi della rivista online di Violetta Bellocchio

Ritrovamenti, ricordi e ripartenze

24 novembre 2013

Every cloud has a silver lining, direbbe il tuo amico inglese ottimista fino allo stremo, se sapesse che anche la “tua” nuvola sta mostrando spiragli di luce argentea.
Lo spiraglio più grande è il tempo a disposizione, che ti porta sì a soffrire momenti di vuoto cosmico ma anche a ritrovare persone, situazioni, occasioni di collaborazione e di espressione; a riscoprire la passione che ti animò nei cinque anni di Istituto d’Arte, sezione Arte della Stampa, “quando la stampa era ancora Stampa”, concordi con la prof di laboratorio allergica come te al digitale, mentre vi sorridete abbracciandovi forte.
Perché in fondo ha ragione Fausto, anima di tante iniziative culturali a cui qualche volta hai collaborato, il Fausto che da adolescente vedevi lavorare nel laboratorio tipografico accanto a voi allievi, tutti accomunati dallo stesso camice scuro (blu notte virato sul nero, il tuo) raccomandato dagli insegnanti per proteggervi i vestiti mentre vi macchiavate con inchiostri tipografici e litografici, caratteri mobili, vernici calcografiche, matrici serigrafiche, quando proclama, nella confusione di un affollato vernissage: “Noi siamo quello che ci insegnano!”.
E un altro squarcio si apre quando parlate con la studiosa dell’arte moglie del tuo compianto insegnante e titolare di laboratorio calcografico, che propone con l’ardita lungimiranza dei veri visionari di fondare in Abruzzo un Museo della Stampa ed un’associazione di ex studenti del glorioso Istituto Statale d’Arte “Vincenzo Bellisario” — diventato oggi nel postriforma scolastica gelminiana Liceo Artistico senza più anima.
La ascoltate incantate, tu e le tue sempiterne amiche compagne di classe, e vi ripetete quanto siete state fortunate a studiare in una scuola che vi faceva lavorare anche con le mani, che ve le faceva sporcare e poi lavare e rilavare con una sabbiosa, puzzolente ma efficace pasta lavamani; che vi faceva fare sette ore di lezione tutti i santi giorni per poi lasciarvi uscire alle 14.20 nelle strade deserte del postpranzo, sgombre degli alunni degli altri istituti che erano già da un pezzo volati via dai rispettivi portoni, verso il piatto caldo che li aspettava a casa; in una scuola dotata di insegnanti che avevano il coraggio, la voglia e la pazienza di caricarvi sugli autobus e portarvi, ormoni e stomaci in subbuglio, su e giù per l’Italia (al quarto e quinto anno poi, visto che ormai eravate grandi, perfino all’estero) per mettervi ore e ore in serpentina e disciplinata fila davanti agli ingressi di mostre e musei di arte antica, moderna e contemporanea che vi avrebbero spalancato il cervello; una scuola che vi sfidava ad uscire dal bozzolo delle sue aule per scoprire la competizione dei concorsi nazionali di grafica; una scuola che ogni santo martedì grasso vi dava l’occasione di sfogare la vostra creatività in costume (l’invidia degli altri alunni la mattina di Carnevale sugli autobus quando salivate voi, colorati e pittati dalla testa ai piedi: “Ma andate in classe conciati così??” “E certo, noi siamo dell’Istituto d’Arte!”); una scuola che ogni anno in primavera, complice un preside tollerante e viveur, organizzava in cortile una pantagruelica mangiata di fave, pecorino, pane, olio e vino DOC, portati fin lì in voluminose sporte dagli allievi dei paeselli della provincia, contagiando in voraci assaggi anche i professori più compassati e tradizionali.
Una scuola che scoppiava di vita e di creatività, una scuola sismicamente non a norma, che tremava ad ogni passaggio di camion, dove però eravate capaci di starvene ben fermi nelle ore di disegno dal vero, a riprodurre su fogli di ruvida carta da pacchi con carboncini e sanguigne le sagome e i lineamenti dei compagni presi a modelli; una scuola dove non ancora esistevano i software di grafica ma i compassi, le ecoline e le rapidograph maneggiati alla carlona bucavano e macchiavano irrimediabilmente i vostri fogli di carta Fabriano, costringendovi ogni volta a ricominciare daccapo, con maggiore cura ed attenzione. Una scuola scanzonata ma allo stesso tempo disciplinata, dove gli allievi più scalmanati che graffittavano sui muri dei bagni all’ultimo piano il bando del contest “Miss Tetta ’84”, si sarebbero poi trasformati a distanza di anni in professori essi stessi.

“Sono stati i cinque anni più belli della nostra vita”, dite stasera ai vostri ex prof. “Ma noi siamo invecchiati, eh?”, vi chiede di rimando uno di loro, insegnante nella contigua, concorrente sezione di Fotografia, memore della partecipazione a uno sfrenato pigiama party tenutosi durante la gita del quinto anno. “Macché, siete riconoscibilissimi!”, replichi, scatenando col tuo superlativo una risata incredula. Dopo tanti anni vi ritrovate tutti insieme alla presentazione di un libro e di una mostra dedicati alla riscoperta di Marino Di Carlo, bravo ma sfortunato artista di provincia che ebbe un periodo di gloria fuori dai confini regionali: il tarlo dell’arte infatti, a partire da quel memorabile quinquennio all’ISA, non vi ha mai abbandonati, anche se poi avete preso strade diverse e per tanto tempo non avete più saputo niente gli uni degli altri.
Poi sarà la vita che fa dei giri strani, sarà che guardandone a ritroso le tappe e gli snodi tutto torna (si riesce cioè ad “unire i puntini”, come ti dice spesso e volentieri qualcuno, trovando così una logica ed un senso fino ad allora nascosti), sarà che il seme gettatovi a scuola ha messo frutti che continuano a maturare nei decenni, come gli olivi; fatto sta che siete lì in cerchio, a guardarvi sorridendo, con la nostalgia e la complicità di chi ha condiviso esperienze davvero formative, e non volete che tutto si esaurisca in questo evento, a cui hai partecipato anche tu con un testo* che adesso campeggia, replicato in una pila di copie sul tavolino dell’ingresso, ingrandito e incorniciato d’azzurro su una parete. Un evento che ti ha fatto conoscere persone capaci e appassionate, in grado di spendere anni dietro a un progetto, un libro, una mostra, e di accompagnarli con cura in ogni minimo particolare.
Sei qui, a riabbracciare il tuo passato con la testa e il cuore affollati di sogni e progetti per il futuro, e non ci saresti se una nuvola non si fosse soffermata sulla tua vita professionale, offuscandoti la vista e l’umore ma allo stesso tempo liberando un orizzonte che si faceva ogni giorno più chiuso, permettendoti così di guardarti intorno, di guardare indietro, avanti, oltre e (magari, finalmente!) di ripartire.

DiCarlo4

* Il genio nascosto che lascia il segno

Nemo propheta in patria: il motto valido per tanti, abruzzesi e non, emigrati altrove a cercar fortuna, si potrebbe applicare anche a Marino Di Carlo, figlio misconosciuto di Loreto Aprutino, del quale celebriamo oggi una tardiva quanto meritata riscoperta.

Marino mette in pratica fin da ragazzo la sua innata attitudine al disegno e alla decorazione, sviluppandola prima nella scuola d’arte e poi nella tipografia del paese, circondato e incantato da quella natura che sarà per lui costante fonte d’ispirazione. A vent’anni, segnato da una forte delusione d’amore (la donna che ama parte per l’America, in sposa ad un altro) e spinto dall’urgenza di trovare alternative al lavoro nei campi che non sente proprio, compie da “cervello in fuga” ante litteram il grande salto: emigra al nord, alcune fonti dicono a Milano, dove probabilmente frequenta l’ambiente di Brera e vede pubblicati i suoi primi lavori come disegnatore; poi si sposta a Firenze, in cui trova l’atmosfera ideale per far fiorire il suo talento di grafico a tutto tondo.

Nella città che fu culla del Rinascimento, Marino mette finalmente su bottega aprendo la sua “Casa di pubblicità”: le dà un nome semplice e moderno, “Bianco e Nero”; stabilisce fruttuose collaborazioni con le maggiori riviste e aziende dell’epoca, guadagnandosi la stima di figure eminenti della grafica e dell’editoria italiana, come il bolognese Cesare Ratta, l’editore Carabba, il conterraneo Zopito Valentini. E con le sue capacità andrebbe incontro a glorie sempre maggiori se a un certo punto del suo percorso, sospinto non si sa più se da una crescente nostalgia della terra natia (con la quale, nonostante la distanza, non ha mai interrotto i contatti), o piuttosto da quel sotterraneo, masochistico impeto di autodistruzione che spesso coglie chi non è abituato agli apprezzamenti e agli allori, non decidesse di tornare al suo paese.

Lì ritrova luoghi familiari e persone che senz’altro gli vogliono bene, ma anche molto meno spazio e pochi stimoli per alimentare il suo talento. Allora, come tutti i veri artisti, Marino fa da sé, fa comunque, ad ogni costo, perfino a costo zero: s’ingegna, si adatta, progetta, disegna e dipinge logotipi, insegne, cartelli, manifesti, vetrine, addirittura ricami per corredi, punteggiando i negozi e le case di Loreto Aprutino con le sue creazioni per compensi ridicoli.

Il suo multiforme talento artistico resta immutato; colpisce invece il declino fisico, evidente se si confrontano la foto che lo ritrae giovane a Firenze, la chioma folta e gli occhi accesi da grandi speranze, con quelle degli ultimi anni loretesi, che raffigurano un uomo dimesso, dall’aria gentile e rassegnata. Reclusosi in una solitudine quasi monastica, scandita da parche abitudini, non gli importa che intorno a lui crescano le voci e gli aneddoti che lo dipingono “strano”, “particolare”: pare deciso a vivere con pochissimo, basta solo che gli si dia modo di esprimersi, regalando frammenti di bellezza ai suoi paesani.

Tanta trascuratezza e oblio di sé alla fine lo vincono: verrà trovato morto sul ciglio della strada come un clochard, ma sepolto da un candido manto di neve… come se la natura stessa che tanto lo aveva ispirato si fosse commossa ed avesse voluto rendergli l’estremo omaggio. Marino Di Carlo però ha lasciato il segno, che riemerge intatto nella sua modernità, preservato dalla neve del tempo, grazie ad alcuni concittadini dalla sensibilità affine che oggi raccontano a tutti noi, attraverso una mostra e un libro, la vita e le opere di uno “sventurato di talento” povero di mezzi ma ricco d’ingegno.

DiCarlo

Com’eravamo stupide noi, a vent’anni

16 settembre 2012

Poesia di autrice sconosciuta, appena ricevuta da una preziosa amica “storica”: di quelle che vi conoscete a vent’anni e negli anni riuscite miracolosamente a non perdervi, malgré la vie…

Com’eravamo stupide noi, a vent’anni indossavamo pesanti camicioni di lino,

allungavamo setosi i capelli a coprire volti freschi e lucenti;

com’eravamo stupide noi a vent’anni, con i nostri pensieri silenziosi,

raccoglievamo conchiglie perdute in tasche bucate,

allungavamo il passo lontano da spiagge affollate;

com’eravamo stupide noi a vent’anni sul molo,

gloriose, solitarie,

e vecchie,

così… stupide, sfruttate dal vento.

“era felice, tranquillo, divertito e in pace con se stesso.”

1 marzo 2012

così lo ricorda un suo amico storico.
Chi non vorrebbe sentirsi così a poche ore dalla propria morte?

Arrivederci, caro, caro, caro Lucio.

Anticipo di San Valentino

10 febbraio 2012

You made me forget myself.
I thought I was someone else,
Someone good.

Ascoltarla come prima cosa alla radio stamattina e pensare che forse è una della migliori definizioni dell’amore che abbia mai sentito.

Christmas wishes

4 dicembre 2011

In ordine sparso:

– un signor divano (morbido ma con personalità, importante ma non invadente, dove starsene ben appollaiati senza bisogno di mille cuscini dietro la schiena)
– una voce soul in sottofondo non-stop (come questa)
– arredi da film di Woody Allen, carichi di lucine natalizie
buffet affettivo con amici a chiacchiera continua
– albero, presepe, caggionetti a portata di occhi e di mani
– bei progetti, forti passioni in cui spendere nuove energie per l’anno nuovo…

Eerie Kate

2 novembre 2011

Vuoi per “la necessità di coltivare il proprio personale canone letterario e musicale” (cfr. la memorabile lezione su lettura e scrittura tenuta sabato scorso da Simone Caltabellota a questo Festival che mi vide finalista sotto pseudonimo con questo racconto) e il contestuale ricordo di un emozionante libro scoperto a tredici anni, vuoi per Ognissanti e i Defunti trascorsi a lumi accesi, ricordi per interposta persona e parentele ravvivate, vuoi per le lunghe mattine che ancora trascorro a guidare con spericolata cautela nelle scoscese brume campagnole delle contrade teramane*, aspettandomi di veder sbucare ad ogni angolo uno spirito del bosco, fatto sta che non riesco a togliermi più questa canzone, questo video, soprattutto questa soprannaturale cantante dalla testa:

*per essere più precisi, Padune di Montepagano, dove scopro or ora che Ennio Flaiano aveva una nonna!… sono sempre più convinta che il caso non esista, gli spiriti sì.

Emozioni tipografiche

9 giugno 2011

Le cassettiere scrigni ordinati di caratteri fin troppo mobili, la composizione a mano con il piombo che ti macchia le dita, le lotte (col compositoio prima, col telaio poi) per spaziare, giustificare e bloccare un testo, gli inchiostri vischiosi che bucano l’olfatto, le spatole ferrose per impastarli, e la prova decisiva: quella del torchio… i miei cinque anni nei laboratori dell’Istituto d’Arte, sezione Stampa, rivissuti in un minuto o poco più.