Archive for the ‘fatti apPost’ Category

Me parlare verybello un giorno (e David Sedaris non c’entra una mazza)

26 gennaio 2015

Me parlare verybello un giorno (e David Sedaris non c'entra una mazza).

Condivido l’Ideawriter, con un amarcord angloitaliota “very funny”:

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“Lu cùle”, “la còcce” e “lu fìsiche”

30 luglio 2014

Fortuna, astuzia e DNA. O, se preferite la versione abruzzese: “lu cùle”, “la còcce” e “lu fìsiche”. E’ grazie a una speciale combinazione di questi tre elementi che Venanzio e Sergio sono riusciti a cavarsela, a uscire vivi dalla terribile esperienza dei campi di concentramento nazisti. E tu, in quanto abitante dell’era del cosiddetto terziario avanzato, dovresti prenderli ad esempio, accettando in primo luogo il fatto che oggi sei ridotta a livelli di mera sopravvivenza materiale.
Per quanto il paragone possa sembrare irrispettoso, ti sorprendi a cercare ulteriori analogie. Anche tu sei schiava: di un sistema perfettamente oliato, quello del precariato intellettuale, da cui fuggire è quasi impossibile. Anche tu sei spogliata: della tua identità professionale, e non sai di cosa vivrai domani, da dove e se ti verrà un altro incarico, e quanto tempo durerà, e quando e se ti pagheranno, e quando e se pagherai le bollette o mangerai (paracaduti familiari a parte).
Minacciata in modo più o meno sottile e mobbizzata da lavoratrice dipendente, quando “freelance” (sic) o semiautonoma ridotta a combattere per conquistare un misero articolo, una risibile collaborazione, a inseguire donatori di lavoro che trovano, sempre!, il tempo per proficui incontri e relazioni d’affari altre ma mai per te; sfinita da una serie interminabile di forse, di se, di risentiamoci, di aggiorniamoci a, di silenzi, di vaghezze precedute da illusioni e seguite da delusioni. E hai voglia a cercare solidarietà, spirito di gruppo, idee per uscirne: alla prova dei fatti, dopo i buoni propositi, i “diamoci da fare”, i “pensiamo a un progetto”, i “cerchiamo fondi”, finanche europei, finanche tramite crowdfunding, alla fine, fine, fine la realtà è sempre questa: ognuno per sé, mettendo in gioco la propria quota di “cùle”, di “còcce” e di “fìsiche”, e Dio per tutti. In un paese come il nostro, dove l’Innovazione e la Meritocrazia sono solo belle parole da sbandierare a convegni e talk show, non potrebbe essere altrimenti. Purtroppo.
Potrete dirmi che no, ho torto: che anche, perfino in Italia esistono segnali di speranza e di ripresa, esempi concreti e positivi di realtà che ce l’hanno fatta a realizzare un’idea imprenditoriale e/o culturale remunerativa per tutti i loro soci/attori, e ciò proprio grazie a remoti finanziamenti europei colti sul tempo (e in barba alla loro sfinente burocrazia), al crowdfunding di anime buone, all’interrogativo Che Fare tradotto una volta tanto in esclamativa pratica; ma si tratta pur sempre di esempi più unici che rari, altamente nocivi in quanto rischiano di alimentare in me, in tutti noi che restiamo nostro malgrado fuori da queste fortunate dinamiche, l’llusione che prima o poi anche noi ce la faremo, e che vale la pena di continuare a frustare, ancora una volta dai, ché potrebbe essere quella buona!, i nostri stremati cavalli.
Per quanto tempo ancora vuoi continuare a illuderti? Ah, ma sapete, giusto ieri hai fatto un colloquio con quel politico, forse ti ci scappa una collaborazione come ufficio stampa… Ah beh, auguri tanti allora (pollastra).
Eppure, se “il buon giorno si vede dal mattino”, avresti dovuto capirlo da tempo, che la cultura e la letteratura non ti avrebbero mai e poi mai dato da mangiare, e agire di conseguenza: forse già da quelle prime 100.000 lire che nel 1995 mettesti in mano alla futura presidentessa di una mai nata cooperativa culturale. Lire mai più riviste, ovviamente, e finite con molte probabilità in una pizza&birra&canne collettiva a cui non sei stata invitata, pollastra.
Eh no, non ti è bastato. Sospinta da un’altalena di lavori e lavoretti più e meno prestigiosi, ma tutti nel settore che più ti affascinava, per anni e anni e anni hai continuato a illuderti che fosse possibile per te guadagnarti da vivere… scrivendo.
Su questa altalena, ci hai persino costruito questo blog. Ci hai persino scritto un romanzo, persino segnalato al Calvino. E a un certo punto della tua vita professionale, vedendoti finalmente controfirmato un contratto a tempo indeterminato, hai perfino creduto di avercela fatta, di appartenere alla schiera degli happy few – per di più senza raccomandazioni, “solo con le tue forze”. Pollastra!
Infine, uscita dalle grazie del donatore di lavoro di turno e punita con la messa “in cassa” (integrazione, in deroga), ti sei illusa che l’unione potesse fare la forza. Da pollastra invitta, hai cercato solidali, sperando che qualcosa potesse cambiare. Che insieme, ce l’avresti fatta. Che la via d’uscita al precariato spinto passasse per gruppi, sindacati, network. Ma non hai considerato la tua allergia innata alle “famiglie”, che non ti ha mai portato ad integrarti fino in fondo e con piena convinzione in aziende, comitive, associazioni, antologie.
Unica (di fatto, perché senza fratelli) fin dalla nascita, hai creduto che questo ti autorizzasse a sentirti speciale, pollastra. O a fare come se fossi speciale. Non l’avevi e non l’hai ancora capita, la dura lezione dei campi di concentramento. Adesso prendine atto, e vai avanti per la tua strada.
Sì, ma quale strada? Non quella percorsa finora, of course: per troppo tempo ti sei infognata, impantanata nella passione per la scrittura e la cultura, illudendoti che unita alle tue doti, esperienze, intuizioni, predisposizioni e impegno ti avrebbe dato da mangiare. Non è così, e non solo per te, pollastrella senza santi in paradiso: chiudono i giornali, ultimo esempio l’Unità, dove persone molto più valide e preparate di te hanno fatto gavetta e carriera, da semplici polli in batteria a speciali galli da combattimento. Ti dispiace adesso vederli chiudere e starnazzare? No. Anzi, auguri a tutti gli altri giornali nazionali la stessa meritata sorte, così la facciamo finita una buona volta con l’italocentrismo imperante e lo scrivere le cose aggratis per avere ‘visibilità’, perché fa figo, perché bisogna “esserci” (ricordi il tuo botta e risposta via mail con il direttore del Post? Ecco). Vorrà dire che leggerai altri giornali, giornali esteri, a tutto vantaggio della tua apertura mentale. E che forse andrai ad ingrassare le fila dei cervelli in fuga, chissà. Nel frattempo, farai bene a smetterla di predicare in un senso e di razzolare nell’altro. E terrai bene a mente non solo che ci vogliono “lu cùle”, “la còcce” e “lu fìsiche”, ma che soldi e passioni (Hugh McLeod li ha chiamati Sex and Cash) vanno tenuti molto, ma molto ben distinti.

Franca Rame, le parole per dirlo

29 maggio 2013

Ero poco più di una bambina, avevo una famiglia molto tradizionale e idee ancora astratte sulla meccanica del sesso quando una sera mi ritrovai sprofondata nel divano, seduta a fianco dei miei genitori, a guardarla e soprattutto ad ascoltarla, trasmessa in bianco e nero dal Philco del salotto.

Fino ad allora il televisore per me era stato un giocoso soprammobile, col suo succedersi di Caroselli, fumettintivvù, happydays e — supremo brivido nella lotta contro il sonno — l’inquietante sigla notturna di fine programmi Rai.

Non capivo come mai i miei avessero deciso di non spegnerlo, quella sera, e di stare a sentire quella bionda, eterea, bella e colta attrice raccontare una cruda verità, usando termini che avevo sentito soltanto sulla bocca dei peggiori bulletti del mio quartiere popolare; termini che mi era assolutamente vietato non dico pronunciare, ma anche solo pensare. Monologate dalla splendida maschera da teatro greco di Franca Rame, adesso quelle parolacce indicibili, insieme alle immagini intollerabili che evocavano, erano rivolte a noi, proprio a noi tre, impietriti lì sul divano. Risuonavano nel buio del salotto, amplificate dal nostro silenzio, come le lente preghiere di un prete che dice messa solenne.

Il teatro può essere sacro, questo lo avrei imparato all’università; il teatro può essere denuncia, catarsi, vendetta, civiltà.
Nel mentre, ho quasi odiato i miei per avermi obbligata ad assistere a quello Stupro. Poi ho capito che mi avevano fatto un grande favore a non cambiare canale, a non censurarmi la violenza e l’orrore, allo stesso modo in cui da piccola mi avevano portato a dare l’ultimo saluto ai nonni composti nelle bare ancora aperte; e che ascoltare, guardare, sopportare Franca Rame era stato un gesto civile, partecipe e solidale, come votare.

Da quella sera e per sempre, per me Franca Rame vive.

 

Piazza Pulita 2 – la vendetta

18 ottobre 2012

Anche quest’anno, partecipo al Festival Letterario “Montesilvano Scrive”. Con un racconto intitolato “Piazza Pulita”, che in barba alla cura redazionale con cui è stato confezionato ed inviato, è stato successivamente “sporcato” con refusi e formattazione a cavolo, e così postato sulla pubblica “piazza” da un frettoloso redattore ignaro di quanto possano contare spazi, interlinee, punteggiatura appropriati. Grrrrrrrrrr!
Mi vendico perciò di cotanta sciatteria pubblicandolo in versione integra(le) anche qui, ed invitandovi a votarlo qui.

Piazza Pulita

A certe domande vorrei tanto avere risposta.

Per esempio: chi ha trovato il nome per quel negozio di detersivi e prodotti per l’igiene… “Piazza Pulita”?

Davvero azzeccato, l’ho sempre pensato; per questo, quando ho deciso di partire, è lì che sono passato a comprare l’occorrente. Non avevo idea di quante cose avesse lasciato in ufficio mio figlio, ma dato che in fondo non lavorava lì da molto, ho pensato che un rotolo di sacchi da immondizia, insieme ad un paio di guanti di gomma, fosse più che sufficiente.

Alla fine, per fare piazza pulita sono bastati due sacchi soltanto. Le sue cose ci sono andate dentro giuste giuste. Precise, pulite. Adesso che li ho sistemati nel bagagliaio, posso finalmente togliermi questi guanti, buttarli via e mettermi alla guida.
Accendo la radio, salto da una stazione all’altra: solo canzonette idiote. E comunque nessuna musica, per quanto celestiale, riuscirebbe a scacciare la morsa infernale che mi stringe il cuore da quando ho ricevuto quelle telefonate.

La prima — la peggiore: “Suo figlio ha ammesso le violenze. Cercategli un buon avvocato”.
La seconda: “Per quanto riguarda le accuse a carico di suo figlio, potremmo puntare sull’infermità mentale”.
La terza: “Venga a riprendersi le cose di suo figlio: in quest’ufficio non vogliamo che rimanga più nessuna traccia di lui”.

Rispondere a quest’ultima è stato facile, concordavamo entrambi: prima andavo, meglio era. “Piazza Pulita” era ancora aperto: ho comprato quello che mi serviva e sono partito di corsa, viaggiando tutta la notte per raggiungere la città in cui mio figlio, la carne della mia carne, aveva scelto di trasferirsi. Voglio ancora illudermi che, così facendo, abbia cercato in qualche modo di allontanarsi dalla propria natura malata. Dopo il divorzio infatti, la bambina era stata affidata alla madre, e lui la vedeva solo nei fine settimana e a settimane alterne, quando come ogni buon papà diviso tornava a farle visita.
Nessuno nella nostra famiglia avrebbe potuto immaginare la vera natura di quelle “visite”.

Stamattina alle sette ero davanti al suo ex ufficio. Alle otto e trenta ho visto le porte girevoli inghiottire ad uno ad uno i suoi colleghi, freschi di barba e acqua di colonia. Ho immaginato mio figlio entrare insieme a loro, in un completo azzurro con cravatta, il volto liscio, le mani curate, e addosso l’odore pulito della doccia.

Alle nove, stringendo in pugno i miei acquisti da “Piazza Pulita”, sono entrato anch’io. Mi sono presentato alla reception e ho pronunciato il mio, il suo abietto cognome. Qualcuno, non ricordo che faccia abbia, è spuntato all’istante da non so dove e mi ha condotto, come si conduce un cieco, il cieco che sono stato finora!, alla sua postazione.

Ho infilato i guanti di gomma — non sopporto l’idea di toccare le stesse cose che lui ha toccato — e ho aperto il rotolo dei sacchi neri. Prendevo ogni suo oggetto con cautela, usando soltanto la punta delle dita, come se fosse stato un ratto morto, e sbanf!, lo sbattevo nel sacco. Credo che anche i suoi colleghi di stanza, impegnatissimi in dialoghi muti con i loro computer, stessero provando lo stesso schifo; non mi stupirei se, dopo di me, avessero chiamato un disinfestatore. Come se la pedofilia fosse un virus maligno, un mostruoso contagio della carne.
Finalmente ho fatto piazza pulita e sono andato via a occhi bassi, senza salutarli, come quando ero arrivato. Non me la sono sentita di metterli ancora di più in imbarazzo: come si può dire o rispondere “Buongiorno” e “Arrivederci” al padre di un ex collega che ha violentato la carne della sua carne?

Come si dividono il tempo e lo spazio di un ufficio con un pedofilo senza mai sospettarne la vera natura?

Come si sopravvive al rimorso di aver generato un mostro, come si attraversano gli sguardi di chi sotto sotto pensa che, se tuo figlio è un pedofilo della peggior specie, in fondo forse è anche colpa tua?

Perché non esiste un modo per fare, davvero, piazza pulita di tutto?

A certe domande vorrei tanto avere risposta.

Stringo il volante come se fosse un salvagente e io un naufrago. Mi toccherà riaccendere la radio: non voglio sentire neanche il minimo fruscìo di quei sacchi neri nel bagagliaio, rigonfi dei suoi maledetti effetti personali, delle ultime testimonianze di una vita apparentemente “normale”. Adesso voglio solo pensare… a niente, a guidare senza fermarmi più, guidare e basta, fino alla fine dell’orizzonte, fin dove nessuno conosce me, il mio sciagurato figlio, la mia sventurata nipote. Arriverò in una grande piazza, pulita, senza passanti né alberi, ma affollata di presenze strane e immobili, come in un quadro di De Chirico; un luogo senza sguardi né sentimenti, dove nessuno è carne della carne di nessuno, e tutti sono immersi in un unico, grande mistero.

Oggi accadde

19 luglio 2012

Caldo, sole, l’estate in piena esplosione, con le lacrime a torrenti e la speranza a secco davanti al TG2 che trasmette macerie fumanti, auto sventrate, lacerti carbonizzati, pozze di sangue, facce disorientate. Vent’anni da allora, e mi sembra che sia successo venti minuti fa.

Ray Bradbury’s ‘optimal behavior’

7 giugno 2012

White Ray with black cat

In 2005, Bradbury published a book of essays titled “Bradbury Speaks”, in which he wrote:
In my later years I have looked in the mirror each day and found a happy person staring back. Occasionally I wonder why I can be so happy. The answer is that every day of my life I’ve worked only for myself and for the joy that comes from writing and creating. The image in my mirror is not optimistic, but the result of optimal behavior.

http://www.raybradbury.com/

Update: wonderful words of a wonderful person.

“era felice, tranquillo, divertito e in pace con se stesso.”

1 marzo 2012

così lo ricorda un suo amico storico.
Chi non vorrebbe sentirsi così a poche ore dalla propria morte?

Arrivederci, caro, caro, caro Lucio.

Sunny Birthday!

4 ottobre 2011

Come inizio dell’esimo compleanno non c’è male: sole, mare, bici… e un autoscatto a braccia aperte per salutare chi passa da queste parti.

Vota Giorgio

11 giugno 2011

Dedicata a chi, infortunata di recente, mi ha sibilato:
“Domani, fosse pure in lettiga, a votare io ci vado!”.

The first smiles in the morning

5 febbraio 2011

…quello catturato* da un treno in partenza,

…e quello che ti spunta quando leggi anche il tuo nome in un catalogo tutt’altro che dongiovannesco:

fdv