Archive for the ‘ma dove andremo a finire’ Category

A mollo, d’agosto

11 agosto 2014

Domenica sospiratissima domenica, dopo una convulsa settimana ospedaliera risoltasi infine per il meglio. Te li sognavi da giorni, quel mare e quella spiaggia; e finalmente, dopo la prevedibile caccia grossa al parcheggio e relativa camminata interminabile per raggiungere un punto appena un po’ più isolato degli altri in cui piantare l’ombrellone, sei dove volevi essere: a mollo nel mare calmo, alle spalle dune e macchia mediterranea, sul finire di un caldo pomeriggio.
Le membra contratte da giorni e notti preoccupate però non riescono a sciogliersi al primo abbraccio dell’acqua, così decidi di non seguire lui nell’abituale lunga nuotata, ma di restare ferma a sciaguattare in un tiepido amniotico popolato di plancton, alghe e… pipì altrui, ma che importa: vorrà dire che ci lascerai anche la tua! Un pensiero stupido che ti fa spuntare uno stupido sorriso sulla faccia, come non ti succedeva da troppo tempo. La pipì, però, non viene: evidentemente non ti sei ancora rilassata abbastanza.
Lasciando soltanto la testa fuori dall’acqua e il culo appoggiato sul morbido fondo sabbioso, invochi le proprietà osmotiche del liquido marino e, dopo un rapido sguardo di ricognizione a lui che si allontana nuotando e nuotando beato, ti giri verso il bagnasciuga a rimirare i superstiti di fine giornata: famiglie numerose in ordinata smobilitazione tra bambini, ombrelloni, sdraio e borse-frigo; coppie felici che sobbalzano allacciate in baci e abbracci al sapore di sale; coppie infelici ad andatura di bufalo che si scambiano raffiche di botta e risposta (“Io so badare a me stessa!” “Farai pure volontariato, ma resti sempre la solita stronza!”); fanatici del fitness in disarmo, carbonizzati dal sole; badanti multicolore, noncuranti del proprio sovrappeso; coppie di amici in camminata allegra, diretti chissà dove??
Per esempio, quei due ragazzetti: venti-ventidue anni al massimo l’uno, parlottano guardandosi attorno, come in cerca di qualcosa. Si fermano proprio di fronte a te, un attimo appena, giusto il tempo di notare la tua testa che sporge solitaria dall’acqua, per poi continuare la loro passeggiata. Giri loro le spalle, dopo sette giorni di contatti forzati e familiarità sconosciute non hai voglia di interagire con chicchessia: solo scogli, e intorno la superficie ondulata del mare, col suo medicamentoso placante silenzio.
Uno sciaguattare in lontananza ti allerta (eh i nervi, i nervi a fior di pelle dopo una settimana di ospedale!); giri di pochi impercettibili gradi la testa in direzione della spiaggia, e con la coda dell’occhio vedi i due ragazzetti che, tornati indietro, sono entrati in acqua. Mah, pare vengano nella tua direzione, ma magari è solo una tua impressione errata, acuita dallo stress accumulato. Sai cosa? Frègatene, e continua tranquilla il tuo ammollo. Respiri zen, osservandoti la punta smaltata dei piedi affiorante dall’acqua. Sbagli, o adesso è un filo più mossa di prima? Ma no, sono solo i nervi, solo ‘sti benedetti nervi a fior di pelle, stai tranquilla.
Intanto lo sciaguattare si è fatto più vicino. Tranquilla un cavolo. Presentendo rogne, ti affretti a srotolare gli occhialini che hai avvolti al polso per poterti allontanare a nuoto, magari incontro a lui che, pare, stia virando all’indietro per rientrare, cambiando lo stile da crawl a dorso. Ma non finisci neanche di rimetterteli per bene in testa che due ombre ai lati delle spalle ti salutano, facendoti sobbalzare. Sono vicinissimi, uno alla tua destra l’altro alla tua sinistra, due indesiderati angeli custodi; calcoli al volo le distanze reciproche, tra voi lo spazio di una sola bracciata: troppo poco rispetto alle tue preferenze prossemiche.
“Ciao!”. Capello rasato biondo scuro, limpidi occhi verde mare, lineamenti regolari, denti candidi su sorriso sfrontato, corpo aggraziato quasi efebico: il fidanzatino, il figlio che tutte vorrebbero avere. Un incanto, se non fosse per quell’espressione morta negli occhi.
“Ciao!”, gli fa eco l’altro, capelli e occhi scuri, corpo snello appena più alto e robusto dell’amico, sorriso divertito rivolto a te, che li guardi male e sibili di rimando un “ciao” scocciato e interrogativo, mentre cerchi di infilarti una buona volta i cavolo di occhialini.
Sulla spiaggia, mancoaddirlo, non è rimasta anima viva. E lui, lui dov’è finito? Chissà dov’è arrivato a nuoto adesso, e poi non ti vede mica, preso com’è dalle sue bracciate a dorso.
“Sei sola?”, ti chiede il primo, continuando a sorriderti con gli occhi freddi e muovendo un ulteriore, acquatico passo verso di te.
“NO!, LÌ C’È IL MIO RAGAZZO!”, esclami difensiva; e basta questo, basta girarsi ad indicargli il punto in cui lui sta nuotando e nuotando laggiù, vicino alle rocce affioranti, per farli girare sui tacchi con un “Ah… allora ciao” di commiato.
Incazzata e spaventata, li osservi dirigersi a riva, la testa appena un po’ bassa, a caccia di nuove prede femminili da accerchiare. Fissi a lungo le loro schiene elastiche di uomini in erba, il loro farsi sempre più piccole non basta a tranquillizzarti. Il loro sguardo, non era lo sguardo dei vent’anni. È quello che ti ha messa in allarme, è quello che non riesci a scrollarti di dosso e non ti permette di sentirti perfino lusingata, di fare spallucce e tornare a goderti l’abbraccio del mare.
Anzi, ti giri di nuovo verso le rocce per controllare che lui stia finalmente arrivando: lento, ignaro di pericoli veri o immaginari, nuota ancora a dorso. Lui sì, che si sta godendo il mare.

E cerca di rilassarti pure tu allora, una buona volta. Ahhh, ma che meraviglia quest’acqua ondulata color latte, ma com’è calda, e che pace, e che belle quelle nuvole rosa lassù, sospese a decorare il cielo color lilla…..
…..Ma guarda un po’ quei due stronzetti! Ma che si credevano di fare, qua in spiaggia, con te che potresti essergli madre? Ma perché questa cosa, questa stupidaggine, ti ha dato così fastidio? Ma perché il mare non ha più lo stesso effetto su di te adesso, e non vedi l’ora di tornartene sotto l’ombrellone, non vedi l’ora che lui torni dalla sua lunga nuotata?
Siamo o non siamo nel XXI secolo? E allora, perché quei due non li hai mandati a quel paese con un sorriso, invece di indicargli prontamente il maschio alfa che all’occorrenza avrebbe potuto difenderti? Perché non hai saputo difenderti da sola, almeno a parole (ovviamente, a mente più o meno fredda ti vengono in mente almeno un paio di rispostacce adeguate a quel “Sei sola?”, dal semplice ma sempre efficace: “E a te che te ne frega?”, al più sottile e soave: “No, aspetto tua sorella!”), perché questo innato terrore primordiale? E soprattutto: ma possibile che due bei ragazzi così giovani, due modellini per rivistina tardoadolescenziale, non abbiano di meglio da fare la domenica pomeriggio in spiaggia che abbordare in maniera tanto diretta e grezza una sconosciuta? Che razza di educazione relazionale e affettiva avranno ricevuto? Quella che si può trovare su internet, congetturi, mentre racconti acida l’accaduto a lui che finalmente ti ha raggiunta sotto l’ombrellone, soddisfatto dopo la sua lunga maschia nuotata:
“Di sicuro sono due affezionati frequentatori di YouPorn!”, spari, nel tentativo di dare sfogo alla bile e alla strizza accumulate. E lui ti darà dell’esagerata, forse; forse anche scherzerà, alludendo all’attrazione dei ragazzi della loro età per le milf; forse anche ti dirà che gli dispiace, strizzandoti un braccio e circondandoti protettivo le spalle; forse anche proverà a sdrammatizzare, facendo commenti ammirati sul tuo discreto stato di conservazione; forse anche potrà guardare storto i due stronzetti che poi vi ripasseranno davanti, di ritorno dalla loro infruttuosa passeggiata; ma purtroppo non potrà mai, mai capire davvero cosa vuol dire: ritrovarsi da sola a mollo nel molle mare d’agosto, con due giovani sconosciuti a un braccio di indesiderata distanza.

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“Lu cùle”, “la còcce” e “lu fìsiche”

30 luglio 2014

Fortuna, astuzia e DNA. O, se preferite la versione abruzzese: “lu cùle”, “la còcce” e “lu fìsiche”. E’ grazie a una speciale combinazione di questi tre elementi che Venanzio e Sergio sono riusciti a cavarsela, a uscire vivi dalla terribile esperienza dei campi di concentramento nazisti. E tu, in quanto abitante dell’era del cosiddetto terziario avanzato, dovresti prenderli ad esempio, accettando in primo luogo il fatto che oggi sei ridotta a livelli di mera sopravvivenza materiale.
Per quanto il paragone possa sembrare irrispettoso, ti sorprendi a cercare ulteriori analogie. Anche tu sei schiava: di un sistema perfettamente oliato, quello del precariato intellettuale, da cui fuggire è quasi impossibile. Anche tu sei spogliata: della tua identità professionale, e non sai di cosa vivrai domani, da dove e se ti verrà un altro incarico, e quanto tempo durerà, e quando e se ti pagheranno, e quando e se pagherai le bollette o mangerai (paracaduti familiari a parte).
Minacciata in modo più o meno sottile e mobbizzata da lavoratrice dipendente, quando “freelance” (sic) o semiautonoma ridotta a combattere per conquistare un misero articolo, una risibile collaborazione, a inseguire donatori di lavoro che trovano, sempre!, il tempo per proficui incontri e relazioni d’affari altre ma mai per te; sfinita da una serie interminabile di forse, di se, di risentiamoci, di aggiorniamoci a, di silenzi, di vaghezze precedute da illusioni e seguite da delusioni. E hai voglia a cercare solidarietà, spirito di gruppo, idee per uscirne: alla prova dei fatti, dopo i buoni propositi, i “diamoci da fare”, i “pensiamo a un progetto”, i “cerchiamo fondi”, finanche europei, finanche tramite crowdfunding, alla fine, fine, fine la realtà è sempre questa: ognuno per sé, mettendo in gioco la propria quota di “cùle”, di “còcce” e di “fìsiche”, e Dio per tutti. In un paese come il nostro, dove l’Innovazione e la Meritocrazia sono solo belle parole da sbandierare a convegni e talk show, non potrebbe essere altrimenti. Purtroppo.
Potrete dirmi che no, ho torto: che anche, perfino in Italia esistono segnali di speranza e di ripresa, esempi concreti e positivi di realtà che ce l’hanno fatta a realizzare un’idea imprenditoriale e/o culturale remunerativa per tutti i loro soci/attori, e ciò proprio grazie a remoti finanziamenti europei colti sul tempo (e in barba alla loro sfinente burocrazia), al crowdfunding di anime buone, all’interrogativo Che Fare tradotto una volta tanto in esclamativa pratica; ma si tratta pur sempre di esempi più unici che rari, altamente nocivi in quanto rischiano di alimentare in me, in tutti noi che restiamo nostro malgrado fuori da queste fortunate dinamiche, l’llusione che prima o poi anche noi ce la faremo, e che vale la pena di continuare a frustare, ancora una volta dai, ché potrebbe essere quella buona!, i nostri stremati cavalli.
Per quanto tempo ancora vuoi continuare a illuderti? Ah, ma sapete, giusto ieri hai fatto un colloquio con quel politico, forse ti ci scappa una collaborazione come ufficio stampa… Ah beh, auguri tanti allora (pollastra).
Eppure, se “il buon giorno si vede dal mattino”, avresti dovuto capirlo da tempo, che la cultura e la letteratura non ti avrebbero mai e poi mai dato da mangiare, e agire di conseguenza: forse già da quelle prime 100.000 lire che nel 1995 mettesti in mano alla futura presidentessa di una mai nata cooperativa culturale. Lire mai più riviste, ovviamente, e finite con molte probabilità in una pizza&birra&canne collettiva a cui non sei stata invitata, pollastra.
Eh no, non ti è bastato. Sospinta da un’altalena di lavori e lavoretti più e meno prestigiosi, ma tutti nel settore che più ti affascinava, per anni e anni e anni hai continuato a illuderti che fosse possibile per te guadagnarti da vivere… scrivendo.
Su questa altalena, ci hai persino costruito questo blog. Ci hai persino scritto un romanzo, persino segnalato al Calvino. E a un certo punto della tua vita professionale, vedendoti finalmente controfirmato un contratto a tempo indeterminato, hai perfino creduto di avercela fatta, di appartenere alla schiera degli happy few – per di più senza raccomandazioni, “solo con le tue forze”. Pollastra!
Infine, uscita dalle grazie del donatore di lavoro di turno e punita con la messa “in cassa” (integrazione, in deroga), ti sei illusa che l’unione potesse fare la forza. Da pollastra invitta, hai cercato solidali, sperando che qualcosa potesse cambiare. Che insieme, ce l’avresti fatta. Che la via d’uscita al precariato spinto passasse per gruppi, sindacati, network. Ma non hai considerato la tua allergia innata alle “famiglie”, che non ti ha mai portato ad integrarti fino in fondo e con piena convinzione in aziende, comitive, associazioni, antologie.
Unica (di fatto, perché senza fratelli) fin dalla nascita, hai creduto che questo ti autorizzasse a sentirti speciale, pollastra. O a fare come se fossi speciale. Non l’avevi e non l’hai ancora capita, la dura lezione dei campi di concentramento. Adesso prendine atto, e vai avanti per la tua strada.
Sì, ma quale strada? Non quella percorsa finora, of course: per troppo tempo ti sei infognata, impantanata nella passione per la scrittura e la cultura, illudendoti che unita alle tue doti, esperienze, intuizioni, predisposizioni e impegno ti avrebbe dato da mangiare. Non è così, e non solo per te, pollastrella senza santi in paradiso: chiudono i giornali, ultimo esempio l’Unità, dove persone molto più valide e preparate di te hanno fatto gavetta e carriera, da semplici polli in batteria a speciali galli da combattimento. Ti dispiace adesso vederli chiudere e starnazzare? No. Anzi, auguri a tutti gli altri giornali nazionali la stessa meritata sorte, così la facciamo finita una buona volta con l’italocentrismo imperante e lo scrivere le cose aggratis per avere ‘visibilità’, perché fa figo, perché bisogna “esserci” (ricordi il tuo botta e risposta via mail con il direttore del Post? Ecco). Vorrà dire che leggerai altri giornali, giornali esteri, a tutto vantaggio della tua apertura mentale. E che forse andrai ad ingrassare le fila dei cervelli in fuga, chissà. Nel frattempo, farai bene a smetterla di predicare in un senso e di razzolare nell’altro. E terrai bene a mente non solo che ci vogliono “lu cùle”, “la còcce” e “lu fìsiche”, ma che soldi e passioni (Hugh McLeod li ha chiamati Sex and Cash) vanno tenuti molto, ma molto ben distinti.

Assuefarsi

28 aprile 2014

Ore 8 del mattino, dalla televisione a casa dei tuoi eternamente fissa su Rai1 risuona stentorea la sigla del TG. Corri ad abbassare il volume, ma tra i titoli di testa fai in tempo a sentire “Pescara”. Rialzi il volume. Nell’attesa di ulteriori dettagli, ricapitoli le ultime occasioni in cui la tua città e la tua regione sono stati nominati nella cronaca nazionale: terremoti, inondazioni, scandali, vediamo cos’è successo stavolta…

Dopo due anni di cocopro e coccodè, hai conquistato un tesserino da pubblicista; bene, brava, ad maiora! Se però dopo questo ambito traguardo tu fossi riuscita ad entrare almeno in una redazione locale, magari sarebbe toccato a te oggi dare la notizia: come lo avresti fatto?

Un quartiere a rischio, una storiaccia di abusi, servizi sociali tagliati all’osso, ed uno spento, piovoso pomeriggio domenicale si accende all’improvviso dei bagliori di un incendio.

A bruciare è un’automobile con dentro un disgraziato, che per punire la sua compagna ‘colpevole’ di averlo denunciato per maltrattamenti ha deciso di darsi fuoco, chiudendosi nell’abitacolo insieme alla loro bambina di cinque anni”.

E poi giù dettagli orridi e sordidi: l’intervista ai soccorritori che descrivono i cadaveri carbonizzati, le urla della madre gravemente ustionata nel tentativo di salvare la figlia, i pettegolezzi dei vicini, il dolore dei parenti, la ricerca delle responsabilità, le analisi sociologiche, bla bla bla bla.

Tutto vero. Tutto scontato. Tutto inutile, se dopo sole due ore e una bella doccia tu di questa notizia te ne sei già dimenticata. E non sarà certo scrivere un post come questo che potrà combattere l’assuefazione, tua e altrui, alla cronaca del male.

Tragedia a Pescara

Buongiorno, alluvione

2 dicembre 2013

Buongiorno, alluvione

Il risultato di 24 ore ininterrotte di pioggia nel mio quartiere: San Donato, a Pescara.

Un paese di santi, poeti, navigatori e stragisti

20 maggio 2012

Ci sono giorni in cui essere italiana mi pesa, mi pesa tantissimo.

D – la Repubblica dei modellini

4 settembre 2011

Sabato di mare settembrino, cosa leggere tra una nuotata e l’altra? Decidi di acquistare (dopo secoli) un quotidiano, tanto più che oggi in allegato ci sono un libretto tutto per te e una D tutta da sfogliare. Raggiunta la spiaggia, e a nuotata fatta, opti per la D: non lascia macchie sulle dita e sull’umore come un quotidiano, non impegna come il libro… certo, sarà tutta pubblicità, ma in fondo è anche il tuo mestiere, potrai sempre trovarci qualcosa di interessante.

Sfoglia sfoglia, pausa. Sfoglia, pausa. Sfoglia, pausa. Sfoglia-sfoglia-sfoglia, pausa-pausa-pausa. Risfoglia, ripausa. Tra una pagina e l’altra c’è qualcosa che ti disturba, anche se non riesci a individuarla. Oh, si può sapere cos’ha che non va ‘sta rivista? Sempre la stessa da anni, è! Va bene che l’acquisti (indirettamente) sì e no a cadenza semestrale, ma stavolta qualcosa non ti quadra. Sarà la modella anoressica in copertina? Acqua, acqua… a quelle ormai, chi ci fa più caso. Sarà la scarsità di articoli a beneficio delle foto? Fuocherello… ma non basta, questo già si sapeva. E allora? Sarà il tipo di foto, forse, fuochino… ecco, rivediamole un po’, magari capisci la fonte di tanto malessere.

Pagina doppia: 6-7. Foto pubblicitaria di gruppone di famiglia firmato Tommy Hilfiger. Interno trendy-americano con adulti trendy, adolescenti trendy, animali trendy, vestiti e accessori trendy, toh!, pure due (insopportabili) bambini trendy: un bel mucchio selvaggio. Baseline: shop tommycom (essì, anche l’indirizzo internet è trendy: tutto in minuscolo e senza quel cacofonico www davanti).

Pagina 20: Due bambini in età primascolare a figura intera, etnie biondoariana e neroafricana (viva il politically correct), si sorridono con simpatica aria di sfida! Addosso hanno i vestiti trendy D&G Junior; molto probabilmente tra poco si sporcheranno, ma che importa: solerti supermamme provvederanno a sorridenti a smacchiarli.

Pagina 24: citazioni colte da Romeo e Giulietta in chiave postfemminista per una coppia di seienni vestita Gucci: cappottino rosso e stivaletti di vernice nera per la vezzosa lei, incantata di fronte al suo omino in giacca nera e cravattino, che troneggiando dall’alto di un candido orsacchiotto-balcone gigante la guarda con occhi innamorati.

Pagina 27: una meravigliosa settenne bionda dagli occhi adulti sorride vaga nel vuoto, abbarbicata a una tortile colonna dorata, ideale pendant per il suo morbido maglioncino a coste piatte e rose intrecciate, spumoso collo di pelliccia di volpe e nastri rosa confetto. Una vera Miss Blumarine.

Pagina 49: chi l’ha detto che i bambini devono sempre sorridere in foto? Questa imbronciata coppia di novenni nerovestiti che fissano l’obiettivo con quieta aria di sfida sembrano lì lì per fare l’ennesimo capriccio – un capriccio di classe, of course: dopotutto sono Burberry Children!

Pagina 66: sfondo violaceo con luci da passerella, falcata professionista e sorriso da catwalk, questa decenne finora ti pare la più onesta, con i suoi giacconi, sciarponi e maglioni firmati Woolrich.

Pagina 69: e quest’altra bambina che sfila su passerella imbiancata da neve artificiale, agghindata con ombrellino leopardato bordato di rosso, cappellino anni venti beige, candida stola di pelliccia frisé-barboncino, svolazzante tunica corta senza maniche di lana bianca coordinata con lunghi guanti di lana bianchi a mezzo dito, cinturina rossa borchiata, collant pied-de-poule bianchi e rossi, doposci imbottiti rossi con tanto di pelliccia e catenazze dorate alle caviglie: questa Miss Grant sarà mica la bisnipote della ripadimeana?

Pagina 73: il bambino decenne secondo Bikkembergs è alquanto scazzato, appoggiato a un muro macchiato, vestito sportivo, zazzera rossa e lentiggini da combinaguai… sembrerebbe quasi normale; a tradirlo è la manina col pollice troppo casualmente fuori dalla tasca del jeans, in posa da James Dean.

Pagina 75: due decenni simil-eschimesi (non tanto per i lineamenti, quanto per i cappucci di pelliccia oversize Timberland che hanno in testa) sorridono in primo piano, cercando Adventure Anywhere.

Pagina 93: ma ‘sti bambini, sempre da soli stanno? Ma-nnòò, eccola finalmente: una mamma! Ovviamente bionda ondulata, ovviamente occhio azzurro e sorriso scandinavo, ovviamente quinta misura di reggiseno abbinata a vita sottile e gambe da fenicottero, esibisce orgogliosa i suoi tacchi 12 e due pargoli ugualmente biondocriniti e un po’ troppo rifiniti nei loro vestiti, un tantinello barocchi: roccobarocco Kids.

Pagina 97: sfondo bianco accecante, metà superiore occupata da tre decenni (due femmine, un maschio) vestiti in luminosi completi da sci che si spintonano aggrappati a uno snowboard: add vede così i bambini in montagna.

Pagina 99: Urca! Anzi: Jucca. La cui musa è un’androgina bambina dai capelli umidi in età da menarca, che con occhi socchiusi da non si sa quale segreto piacere sporge al beato fotografo le labbra e candide spalle rivestite di paillettes rosa-argento. Honni soit qui mal y pense.

Pagina 103: chi si rivede, Naturino! Se non altro, non un fashionista-baby dell’ultima ora… il leader italiano delle calzature da bambino sceglie due fratelli con scarpe bene in vista, in mano o appese in spalla. Tiri un sospiro di sollievo.

Pagina 108: una Josephine Baker in miniatura (capelli afro, gonnellina, giacchina, stivalettini, cappellino, borsettina) incrocia le gambette in un tentativo di tip-tap. Graziosa! La griffe L:ù L:ù le calza alla perfezione.

Pagine 131 e 133: Prenatal non vale, Prenatal è onesto, Prenatal non ammicca, Prenatal afferma: Sappiamo cosa vuol dire (avere figli e vestirli, immagino).

Pagina 139: altro marchio storico baby, Primigi, sceglie due bambini molto somiglianti e non ammiccanti, mostrano al fotografo le loro belle scarpe robuste. Mi ricorda la foto di Naturino… chi copia chi?

Pagina 143: uff! Arranchi fino a una coppia di bambini elementari che indossano scarpe NeroGiardini Junior su finto sfondo montano, in modaiolo contrasto con i loro vestitini impeccabili.

Pagina 146-147: Chicco non si tocca, Chicco è una garanzia: la foto raffigura tre simpatici country-babies si divertono all’aperto. Alzi le mani!, nessuna ambiguità.

Fino a Pagina 189 ci sono ben due servizi di moda dedicati a bambini e ragazzini: in effetti, finora non si erano mai visti…

Pagina 190: Sarabandapersonale scelta di stile raffigura una coppia di decenni (i dieci anni sono l’età più fotografata finora, pare) mano nella mano su una panchina; sembrerebbero i perfetti fidanzatini, ma nessuno dei due guarda l’altro: lei fissa stolida l’obiettivo, lui guarda di lato, guarda oltre, forse guarda già un’altra ragazzina vestita fashion, chissà…

Pagina 193: …magari guarda questa bambina in minigonna a cuori, le ginocchia appoggiate a una plastica palla colorata, il fiocco che trattiene i lunghi biondi capelli, persa a fissare il proprio ombelico in un’estasi narcisista: simonetta.

Pagina 195: questa invece pare la figlia di Charlotte Gainsbourg: spettinata, imbronciata, sbaffo di trucco sul viso, labbro inferiore sporgente, interpreta alla perfezione la parte della testimonial TakeTwo teen.

Pagina 197: eccheccavolo! 9 bambini biondi, perfetti, composti e ben vestiti (dei veri Agnelli-ni!) posano su marmorea scalinata per Pinco Pallino.

Pagina 199: per invece chi preferisce lo street style, ecco una Jennifer Beals in erba con radio gigantesca al seguito, scatenarsi su scalini di pietra inondati di sole: “…she was fun. She wouldn’t stop dancing…”, afferma malizioso il verbo Diesel.

Pagina 200: servizio di moda sugli accessori moda per… Bambini. Toh, e chi l’avrebbe mai detto?

Pagina 201: due simpatici inglesini su sfondo british sorridono per Original MarinesChi vive original, veste original!

Pagina 239: dai, su, che ci siamo quasi. Ultima pagina. Affianco al saggio faccione di Umberto Galimberti, sfavilla iperrealista la foto di giovanissima mamma bionda-e-bona.tacco12.decoltè prosperoso.vita sottile.gamba lunga appoggiata a carrozzino contenente fotocopia in miniatura bionda e capricciosa: è la Hello Kitty baby collection, baby!

Ufff…. è finita finalmente! Oh, no, pure la quarta di copertina! E chi è che ha l’ultima parola in fatto di baby-moda? Tre bambini vezzosi belli e ben vestiti su interno lussuoso foderato di tappeti persiani: saranno i nipoti delle sorelle Fendi.

Chiudi nauseata il malloppo, giurando di non comprare mai più una D – la Repubblica in vita tua. Giri lo sguardo, e chi ti vedi sotto l’ombrellone a fianco? Mamma bionda&bona. Seno gonfio&alto. Vita&Gamba sottile. China a blandire la sua fotocopia bionda, carica di treccine e fiocchettini e merlettini e farfalline fashion bianche e rosa firmate Hello Kitty.

La prossima volta, in spiaggia ti porterai da rileggere Mordecai Richler.

Oh, oh, Ruby Tuesday

28 ottobre 2010

Se fossi su Twitter, linkerei (argh, che razza di verbo!) oggi questa canzone, sperando che sia il canto del cigno di tale lercia faccenda.

P.S: lo so, lo so che oggi non è Tuesday ma Thursday… sarebbe stata una coincidenza troppo bella!

Il telefono, la tua voce

4 ottobre 2010

In un’antica pubblicità dell’antica SIP (non sono riuscita a trovarla in rete, ma la sua parodia sì) una voce impostata recitava uno slogan insopportabilmente solenne per noi ragazzini, che infatti avevamo subito sostituito la parola “voce” con “croce”: a significare l’infinita rottura di scatole determinata dallo squillare dell’oggetto in questione.
Da allora, molte voci sono passate sotto i ponti (mobili); la maggioranza è rimasta impigliata negli sms, comode scorciatoie per farsi vivi senza farsi sentire: passi per chi dovrebbe chiamarti dall’estero, ma soprattutto nel giorno del proprio compleanno, ricevere un prolisso, roboante, esagerato sms in luogo di una semplice difficile telefonata con tutte le titubanze, le sfumature, le incertezze del caso equivale a sentirsi dire Ti ho pensato, ma… sai cosa? Non mi va di sprecare neanche due minuti per dirtelo a voce.

Una regione di pistoleri

8 giugno 2010

Abitavo nel Far West e non lo sapevo. Per fortuna c’è chi, con frasi misurate e illuminate, mi ha aperto gli occhi.

Low-cost love

29 aprile 2010

Dalla tresca romanesca interpretata dagli eccezionali Vitti, Mastroianni e Giannini (proposta ieri sera a sorpresa da Rai3 in omaggio al grande Scarpelli) alle liaison francesi di Antoine Doinel fino ai recentissimi amori in/di crisi descritti da Soldini, le “corna” sono sempre state molto cinematografiche. E pubblicitarie, anche: in questi giorni ad esempio la mia città è tappezzata da manifesti 6×3 inneggianti all’amore clandestino ed economico. La headline, semplice e diretta, afferma che all’Hotel XXX (notissima versione locale dei love hotel giapponesi) bastano solo 20 Euro per assicurarsi una camera discreta, al riparo dai furori del coniuge/compagno tradito. Il visual? Merita, e spero di poterlo presto immortalare e riprodurre qui.