Archive for the ‘professione reporter’ Category

A qualcuno piace freddo

16 giugno 2014

Creatività, coraggio, spiagge selvagge e granite DOC: oggi la seconda puntata della mia rubrica su Abruzzo Popolare, dedicata alle “persone comuni che fanno cose fuori dal comune”.

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Assuefarsi

28 aprile 2014

Ore 8 del mattino, dalla televisione a casa dei tuoi eternamente fissa su Rai1 risuona stentorea la sigla del TG. Corri ad abbassare il volume, ma tra i titoli di testa fai in tempo a sentire “Pescara”. Rialzi il volume. Nell’attesa di ulteriori dettagli, ricapitoli le ultime occasioni in cui la tua città e la tua regione sono stati nominati nella cronaca nazionale: terremoti, inondazioni, scandali, vediamo cos’è successo stavolta…

Dopo due anni di cocopro e coccodè, hai conquistato un tesserino da pubblicista; bene, brava, ad maiora! Se però dopo questo ambito traguardo tu fossi riuscita ad entrare almeno in una redazione locale, magari sarebbe toccato a te oggi dare la notizia: come lo avresti fatto?

Un quartiere a rischio, una storiaccia di abusi, servizi sociali tagliati all’osso, ed uno spento, piovoso pomeriggio domenicale si accende all’improvviso dei bagliori di un incendio.

A bruciare è un’automobile con dentro un disgraziato, che per punire la sua compagna ‘colpevole’ di averlo denunciato per maltrattamenti ha deciso di darsi fuoco, chiudendosi nell’abitacolo insieme alla loro bambina di cinque anni”.

E poi giù dettagli orridi e sordidi: l’intervista ai soccorritori che descrivono i cadaveri carbonizzati, le urla della madre gravemente ustionata nel tentativo di salvare la figlia, i pettegolezzi dei vicini, il dolore dei parenti, la ricerca delle responsabilità, le analisi sociologiche, bla bla bla bla.

Tutto vero. Tutto scontato. Tutto inutile, se dopo sole due ore e una bella doccia tu di questa notizia te ne sei già dimenticata. E non sarà certo scrivere un post come questo che potrà combattere l’assuefazione, tua e altrui, alla cronaca del male.

Tragedia a Pescara

Me la suono e me la canto

21 novembre 2013

Per la serie “gli impubblicabili”: come rompere le scatole a un operoso liutaio per ricavarne un inutile articolo.

Liuteria che passione
Tra musica e artigianato, il fascino di un mestiere antico ma sempre attuale

Proclamata dall’UNESCO nel 2012 “Patrimonio Immateriale dell’Umanità”, la liuteria di Cremona ha in Abruzzo un numero crescente di seguaci. Alcuni ne fanno addirittura una professione, dopo percorsi di studio e lavoro del tutto differenti. E’ il caso di R., liutaio a Pescara: “Dopo il diploma di perito agrario, ho iniziato a lavorare come magazziniere in un’azienda farmaceutica”, racconta. “Nel tempo libero mi dilettavo a suonare vari strumenti ad arco, e da autodidatta ho appreso le basi della loro fabbricazione”. D’altra parte, il tarlo del lavoro artigianale R. ce l’ha nel sangue: “Mio padre realizzava capi in pelle, mi ha trasmesso il gusto della manualità”.
Grazie all’amicizia e ai consigli di un maestro di Cremona, l’hobby della liuteria acquista sempre più spazio nella vita di R., fino alla svolta nel 2005: “Mi sono licenziato e ho aperto bottega, contando sull’appoggio di mia moglie e su un finanziamento della CNA; gli strumenti necessari, li avevo già accumulati negli anni”. Sgorbie, scalpelli, seghetti, tavole di legni pregiati, vernici e resine naturali: R. maneggia attrezzi e materiali seguendo tecniche secolari. Tra i suoi clienti, privati e Conservatori, per cui fabbrica e restaura strumenti ad arco: violino, viola, violoncello, contrabbasso… “quelli ‘a pizzico’ come la chitarra non sono nelle mie corde”, scherza.
Una vocazione tardiva ma tenace, la sua: “Non tornerei mai indietro, ci ho guadagnato in salute e non solo: per gli interventi di manutenzione e restauro si parte dai 500 euro, mentre il prezzo di un violino fabbricato ‘ad arte’ si aggira intorno ai 5000 euro. Gli altri strumenti, più grandi, sono ovviamente più costosi”. Costoso perché pregiato è anche il legno che R. utilizza: “Lo acquisto già stagionato, poi proseguo la stagionatura in magazzino, per fargli acquistare maggior valore, stabilità e leggerezza. Per la tavola armonica uso l’abete rosso della Val di Fassa, per il resto l’acero marezzato dei Balcani, le cui striature permettono un’ottimale vibrazione e qualità del suono”.
Gli chiediamo qual è il lato più bello del suo mestiere: “Sentir suonare da altri uno strumento costruito da te”. E il peggiore? “Quello burocratico-amministrativo, che sottrae tempo prezioso al lavoro”.
Consiglierebbe ai giovani di fare i liutai? “Certo, se c’è passione per la musica e l’artigianato. Io, pur di cominciare, ho iniziato usando come laboratorio la mia camera da letto”, ricorda sorridendo. “Poi contano le competenze: aiuta saper suonare uno strumento, avere una buona manualità, uno spiccato senso estetico e soprattutto pazienza: solo per fare un violino, occorrono almeno due mesi!”, ammonisce R. e conclude: “Oggi per inventarsi un lavoro bisogna proiettarsi in avanti, oppure tornare al passato… io ho scelto la seconda via: questo è un mestiere che è rimasto inalterato nei secoli”. 

Dove si impara
Le Scuole per liutai più rinomate sono la “Stradivari” di Cremona, la Civica di Milano e quella di Gubbio. Alcune regioni organizzano anche corsi di formazione professionale mirati, con possibilità di apprendistato. Dopo il diploma e il tirocinio, lo sbocco naturale è l’attività in proprio.

I costi per aprire bottega
Si parte da un investimento iniziale di 20-25.000 euro, somma che comprende le spese fisse e l’acquisto dell’attrezzatura di base. Meritevoli di attenzione, le agevolazioni e i finanziamenti a favore di imprese artigiane: le informazioni sono reperibili presso CNA e Confartigianato.

Proud to be an Italian woman (un post ripetitivo)

14 febbraio 2011

Non doversi vergognare, una volta tanto; non dover essere oggetto di barzellette, una volta tanto; non doversi sentire cittadine di serie B di un paese di serie B, una volta tanto: ne vogliamo tante altre, di volte così!!!
Tanto fiera di aver partecipato alla manifestazione del 13 febbraio da volerci mettere, una volta tanto, la faccia…

…insieme a quelle di tanti altri concittadini e concittadine che, una volta tanto, hanno potuto e voluto farsi sentire, leggere, vedere, ascoltare.
























Ap-profit-tatori

5 giugno 2009

Ormai lo sanno pure le pietre che il giornalismo è in crisi, che i laureati in Scienze della Comunicazione sono troppi, che lavorare con le parole non paga, o paga poco: insomma, dovrei esserci abituata, a leggere annunci del genere (il quarto dall’alto, quello intitolato “Viva la radio!”).
E invece no, ogni volta mi indigno: specie quando li mettono su testate rinomate e se ci mettono il cosiddetto “terzo settore” di mezzo.

BellissiMAH!

8 maggio 2009

Tutti i manuali di stile raccomandano cautela nella scelta e nell’uso: il troppo stroppia. Come scrivana, però, devo confessare di avere un debole per loro. Per questo, al profondo fastidio suscitato dalle vicende di cui tutta Italia parla, si aggiunge quello provocato dall’abuso di un aggettivo in particolare, utilizzato ossessivamente da giornali di ogni estrazione per descrivere chi, presumibilmente, giocava al dottore con Chi è notoriamente da ricovero (ecco, comincio invece a usare troppi avverbi).
A mio (im)modesto parere, non basta prendere una qualsiasi diciottenne dotata di peso forma e lineamenti regolari, aggiungere l’opera di parrucchiere, truccatore e fotografo per ottenere e definire una BELLISSIMA.
Va beh che siamo assuefatti a tutto e che ormai le parole hanno perso il loro significato, ma benedetti giornalisti, come aggettivare una Monica Bellucci, allora? MAH!
Oppure bisogna pensare che la Noemaggiorenne, per il solo fatto di essere stata toccata da Mida, abbia acquisito un’aura dorata di bellezza grazia fascino & virtù muliebri assortite che altre sue coetanee, forti della sola “bellezza dell’asino”, invidieranno e cercheranno (spero invano) di emulare.

Siamo tutti Pino Maniaci? Magari!

31 marzo 2009

Si fa da moooolto tempo, ma solo da poco si dice apertamente, senza alcun pudore: se vuoi il tesserino da pubblicista, devi pagartelo tu. La testata ti farà il favore di darti visibilità pubblicando i tuoi articoli, tu verserai quanto necessario a raggiungere la quota minima per l’iscrizione all’Ordine. Quanto poi possa valere, dal punto di vista professionale ed umano, un tesserino del genere, si può facilmente immaginare. Per fortuna ci sono ancora alcune –- poche — luminose eccezioni: come quella di chi l’esperienza se la fa davvero sul campo (minato) e pagando sì, ma sulla propria pelle, in prima persona.

Dilettanti allo sbaraglio

23 marzo 2009

Appartenete – ahivoi — all’oceanica schiera dei neolaureati in Scienze della Comunicazione, interessati all’area giuridico-politico-economica, informaticamente e linguisticamente letterati e, magari, capaci anche di far intendere e volere dispositivi audio-video? La vostra chance di diventare reporter d’assalto è arrivata. Nientedimeno che al prossimo G8! Mica starete a pretendere una retribuzione, però: quello che conta è fare esperienza, “starci dentro”, essere sempre “sul pezzo”, sempre in prima linea… magari ritrovandosi faccia a faccia con un Defender carico di dilettanti come voi. Interessati? Cliccate pure qui.

Piovono brief (e non solo)

18 marzo 2009

Fuori il sole splende ma c’è pochissimo tempo per goderselo: una nuova deadline, nuovi impegni incombono. Per rispettarli e allo stesso tempo tener vivo ‘sto Tamagotchi di blog (magari affamandolo per qualche giorno, ma è quasi primavera e stare un po’ a dieta ci può stare), faccio ricorso alla “filosofia del maiale”* tanto popolare tra noi cosiddetti creativi**, riciclando questo: scritto e pubblicato il mese scorso ma ancora attuale, dato che il monumento in questione fa ancora (brutta) mostra di sé nella piazza principale della mia città e la sua costosa, oscura vicenda è tutt’altro che finita. Purtroppo.

*“Non si butta via niente”.
**Questo supponente appellativo non mi è mai piaciuto: prima o poi ne farò oggetto di un post e/o ne troverò uno migliore.

Chi disprezza, compra

12 marzo 2009

Articolo di prossima (mi auguro) pubblicazione, dedicato a chi parla male di Pescara ma poi ci mette su casa, e a tutti quelli che riescono a scovare le crepe dietro la facciata di questa moderna, dinamica, costruenda città.

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Pescara Città Vicina… a chi?

Di stazione in stazione alla scoperta della nostra anima berlinese

 

Quando, qualche anno fa, Qualcuno a Palazzo di Città partorì il felice slogan (anzi: claim, che fa più figo), la sottoscritta ebbe la ventura di assistere alla contestuale nascita del logo bicolore che lo correda a tutt’oggi. Biancazzurro non poteva essere, ché avrebbe compiaciuto i tifosi ma respinto tutti gli altri; l’arancione, invece, accostato al colore del mare!, del cielo! («Ma quant’è bbella Pescara con la sua bella riviera, beatattè che ci abiti!»), dava all’insieme un che di solare, contemporaneo, ideale per la città della “fuga in avanti”.

Oggi ci sarebbe da fuggire, da Pescara. Fuggire, se non altro, da alcune idee geniali rivelatesi nel tempo ben poco funzionali. Tipo? Le stazioni ferroviarie.

Ve ne sarete accorti: da qualche anno (più o meno da quando a Pescara Qualcuno si mise e ci mise in testa di vivere in una città Vicina), son spuntate qua e là delle succursali trenitaliote deputate ad avvicinare la gggènte alla causa della mobilità sostenibile («Eeeeh, ma che traffico che c’avete qua a Pescara!, ma come fate?»). 

Primo avamposto del nuovo che avanza fu San Marco — non quello che si festeggia il 25 aprile insieme alla Liberazione: quello nato e degradato in Via Aldo Moro, zona cooperative Aternum. Per chi in questo quartiere vive e lavora (il bunker dell’Agenzia delle Entrate è giusto qua vicino) sarebbe una gran bella cosa: i radi mezzi pubblici che ci transitano pigramente, quando va bene ogni venti-trenta minuti, sono gli autobus 14 e 15. In tali immote condizioni, l’esito della scommessa trenitaliota pareva scontato. Se non fosse che a guardarla meglio, ‘sta ministazione, si scopre che ciò che da lontano appare bello e suggestivo, da vicino, come in un quadro impressionista, rivela buchi, lacune, mancanze.

I graffiti che decorano la sua grigia muraglia testimoniano amori di periferia, passioni calcistico-politiche, in un afflato poetico oscillante tra Moccia e Pasolini: L’INVIDIA VI S’ARMA’GN!!!, IL MIO CUORE NELLE TUE MANI E’ COME UN TESORO NELLA CASSAFORTE. STELLINA, LA SMETTI DI SCOPARE CON LUI??? («Ma quanto siete simpatici e aperti, voi pescaresi: proprio una bella città!»). Se però fossi un disabile, un anziano, una mamma con bambino&passeggino, una persona un po’ fuori forma o con un bagaglio un bel po’ pesante, dopo l’amena lettura cercherei un modo comodo per inerpicarmi sulla pensilina. Non c’è. L’ascensore è rotto, o non funzionante, che è lo stesso. Tocca arrancare sulla rampa di cemento. Ohhhh, però ne è valsa la pena! Un ridente panorama di impianti sportivi, casermoni a pannelli solari, desolazione urbana ti si para dinanzi. Con un po’ di immaginazione, pare di essere alla periferia di Berlino, con l’avveniristico edificio Fater by Fuksas dietro l’angolo e in più la vista su lu Gran Sasse, sembra così vicino! Se poi mentre sei persa in contemplazione ti si approssima un angelico tossico in vena di euri o un diabolico decerebrato assetato di incontri ravvicinati, cavoli tuoi: di telecamere, pulsanti di allarme, sistemi di sicurezza a tutela della Kartoffel manco l’ombra; giusto un neon allucinato a rischiarare l’unico binario agonizzante («Eeeeeh, ma come sei paranoica! Mica siamo a Roma, qua!»). Sarà pure una città ancora a misura d’uomo, Pescara, ma di donna non mi pare. Roba da farsela addosso, se non fosse che i servizi igienici non ci sono. Comunque. Invece di criticare, sbrigati a tirar fuori il biglietto, ché il treno sta per arrivare. Oooops, veramente ero di corsa, non ho fatto in tempo a comprarlo! Tranquiiilllooo, c’è il tabaccaio qua vicino, ti informa un solerte pensionato-con-cane – solo seicento passi A/R, e spera di trovarlo aperto: far da sé non è possibile, mancano le stupide, semplici, scontate macchinette automatiche. In soldoni, se proprio devi prendere un treno da qua hai quattro opzioni: 

farti fare in anticipo un biglietto o abbonamento chilometrico;

acquistarlo di volta in volta al famoso tabaccaio (aperto?); 

farti multare dal controllore una volta che, salita sul treno, gli chiedi per cortesia di fartelo lui, il biglietto;

andare alla Stazione Centrale a fartelo (fare), ma già che ormai ci sei, potresti prendere il treno da là. E prendere la macchina, la prossima volta.

Alla stazione di Pescara Tribunale andrà meglio, ne sei sicura.

Cammina cammina, tra cacche di piccione, asfalto a groviera, sterpaglie incolte, mattonelle sconnesse e automobilisti arrapati, spuntano un altro bunker e un’altra muraglia. Senza troppi graffiti, stavolta: siamo pur vicini al tempio della Legge. Un tunnel bassetto e buietto, appetitosa esca per tossici e decerebrati assortiti, conduce agli scalini del primo e secondo binario. Toh, pure due ascensori!, peccato siano fuori servizio. Fuori uso, spesso e volentieri, pure le obliteratrici, testimoniano gli studenti della vicina Università – ma si sa, son sempre pronti a lamentarsi quelli! ‘Na bella vista però, anche da qua: San Silvestro & le sue antenne, la fontana di Spalletti occhio muschiato nel cemento che ride, vertiginosi palazzi nuovi di zecca affiancati da gru e betoniere, in un’ansia di (ri)costruzione che manco Berlino. L’arrivo consecutivo di due treni schizofrenici – nipponico Minuetto di ultima generazione, Sangritana anteguerra — ti parla di una città con l’anima divisa in due, come il suo logo bicolore: quella ovattata e luccicante che “sta avanti”, quella rognosa rugginosa e bisognosa che sbuffa, arranca e resta indietro. A proposito di bisogno, il cesso non c’è. Oh, ma che ‘stìppenzà, pènza a lu bigliette! Figuriamoci: vuoi che vicino ai principi del Foro e ai baroni universitari Trenitalia non abbia piazzato almeno una macchinetta automatica? Veramente, no. «Qua si scende e si sale soltanto», filosofa il cassintegrato-con-cane a cui chiedi lumi, però ci sarebbe il tabaccaio del Tribunale qua vicino, seicento passi A/R. Oppure gli autobus 7 e 15, ogni trenta minuti. Grazie tante, mi sa che prendo la macchina.

Ripetuti slalom tra avvolgenti rotatorie, eccoti a Portanuova. Auà, il Molino! Che figata ‘sto palazzone scalinato, pare Berlino! E la facciata della stazione, che meraviglia: liberty contemporaneo, perfettamente in tono con i palazzi ristrutturati della vicina Pescara Vecchia. Operai senza casco protettivo («Evvabbé, mò stìvvedè lu capèll, marònn che pesante che sei!») lavorano alacremente nella costruenda stazioncina. Manco tanto piccola, eh: piccoli, al momento, sono i tunnel e gli scalini senza ascensore ma ok, stavolta ci son lavori in corso – e infatti si cammina in mezzo agli avanzi di cantiere. Vento nei capelli sui binari con panorama ferrocementizio incorporato, l’ampia visuale ininterrotta senza l’ombra di macchinette per i biglietti. Per quelli puoi provare al bar qui vicino, consiglia il senzatetto-con-cane parcheggiato all’uscita  – trecento passi solo andata: no, non vendono biglietti FS. Già che sei entrata, però, potresti approfittarne per andare al cesso, ché nella stazione non c’era – ma tranquiiilllooo, tra poco ci metteranno quelli di ultima generazione! E già che ormai sei di fronte a San Cetteo pigli un autobus qualunque, destinazione Stazione Centrale.

Ci hanno messo trent’anni a farla però mò, che gli vuoi dì? Bella!, grande!, moderna!, con ascensori macchinette cessi fun-zio-nan-ti, il centro città vicino (Vicina?), non gli manca NIENTE, anzi ce l’invidia l’Italia intera! 

Cosa manca? Sarebbe il caso di chiederlo ai malcapitati che ci sbarcano dopo le 21.30: una terra di nessuno punteggiata di derelitti. 

Sì, al primo binario c’è la Polizia automunita, con sgommata alla Starsky e Hutch incorporata non appena spunta una faccia scura — i tossici che ti si affilano appresso, i marpioni i puttanieri i ladri con la vista ad infrarossi, quelli li lasciano stare, fanno tanto “colore locale”. 

Sì, al piano terra ci sono la biglietteria, il punto informazioni, una libreria, un punto ristoro, un tabaccaio-regalaio, due edicole, un paio di (quasi ex) negozi… chiusi, ci mancherebbe: mica siamo a Berlino.

 

P.S. mezzopienista: Mica va sempre tutto male. In ogni stazione ho trovato segnaletica in inglese e/o Braille — queste sì, molto nordeuropee. Se non altro, turisti e non vedenti hanno un servizio base assicurato. Ma a tutti gli altri, chi gli sta vicino?