Archive for the ‘visioni’ Category

Scalata al successo

9 gennaio 2014

Al MaRT di Rovereto, perso nella moltitudine di opere della sezione “La magnifica ossessione”, un suggestivo, straniante, beffardo, (e)scatologico monito sulla vanità di tanti egotistici sforzi.

Visione consigliata tanto a workaholics integrati in piena ascesa, quanto a reietti “avanzi di carriera” in caduta libera.  

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Over the Rainbow

11 novembre 2013

Over the Rainbow

Franca Rame, le parole per dirlo

29 maggio 2013

Ero poco più di una bambina, avevo una famiglia molto tradizionale e idee ancora astratte sulla meccanica del sesso quando una sera mi ritrovai sprofondata nel divano, seduta a fianco dei miei genitori, a guardarla e soprattutto ad ascoltarla, trasmessa in bianco e nero dal Philco del salotto.

Fino ad allora il televisore per me era stato un giocoso soprammobile, col suo succedersi di Caroselli, fumettintivvù, happydays e — supremo brivido nella lotta contro il sonno — l’inquietante sigla notturna di fine programmi Rai.

Non capivo come mai i miei avessero deciso di non spegnerlo, quella sera, e di stare a sentire quella bionda, eterea, bella e colta attrice raccontare una cruda verità, usando termini che avevo sentito soltanto sulla bocca dei peggiori bulletti del mio quartiere popolare; termini che mi era assolutamente vietato non dico pronunciare, ma anche solo pensare. Monologate dalla splendida maschera da teatro greco di Franca Rame, adesso quelle parolacce indicibili, insieme alle immagini intollerabili che evocavano, erano rivolte a noi, proprio a noi tre, impietriti lì sul divano. Risuonavano nel buio del salotto, amplificate dal nostro silenzio, come le lente preghiere di un prete che dice messa solenne.

Il teatro può essere sacro, questo lo avrei imparato all’università; il teatro può essere denuncia, catarsi, vendetta, civiltà.
Nel mentre, ho quasi odiato i miei per avermi obbligata ad assistere a quello Stupro. Poi ho capito che mi avevano fatto un grande favore a non cambiare canale, a non censurarmi la violenza e l’orrore, allo stesso modo in cui da piccola mi avevano portato a dare l’ultimo saluto ai nonni composti nelle bare ancora aperte; e che ascoltare, guardare, sopportare Franca Rame era stato un gesto civile, partecipe e solidale, come votare.

Da quella sera e per sempre, per me Franca Rame vive.

 

Eerie Kate

2 novembre 2011

Vuoi per “la necessità di coltivare il proprio personale canone letterario e musicale” (cfr. la memorabile lezione su lettura e scrittura tenuta sabato scorso da Simone Caltabellota a questo Festival che mi vide finalista sotto pseudonimo con questo racconto) e il contestuale ricordo di un emozionante libro scoperto a tredici anni, vuoi per Ognissanti e i Defunti trascorsi a lumi accesi, ricordi per interposta persona e parentele ravvivate, vuoi per le lunghe mattine che ancora trascorro a guidare con spericolata cautela nelle scoscese brume campagnole delle contrade teramane*, aspettandomi di veder sbucare ad ogni angolo uno spirito del bosco, fatto sta che non riesco a togliermi più questa canzone, questo video, soprattutto questa soprannaturale cantante dalla testa:

*per essere più precisi, Padune di Montepagano, dove scopro or ora che Ennio Flaiano aveva una nonna!… sono sempre più convinta che il caso non esista, gli spiriti sì.

Emozioni tipografiche

9 giugno 2011

Le cassettiere scrigni ordinati di caratteri fin troppo mobili, la composizione a mano con il piombo che ti macchia le dita, le lotte (col compositoio prima, col telaio poi) per spaziare, giustificare e bloccare un testo, gli inchiostri vischiosi che bucano l’olfatto, le spatole ferrose per impastarli, e la prova decisiva: quella del torchio… i miei cinque anni nei laboratori dell’Istituto d’Arte, sezione Stampa, rivissuti in un minuto o poco più.

Minaccia d’istupidimento

1 dicembre 2010

“Lo sguardo non trova ostacoli, i polmoni s’allargano al respiro dell’infinito.
Attenzione! In queste sublimità c’è minaccia d’istupidimento. L’uomo deve vivere dentro camere piccole e basse, e il cielo o non guardarlo affatto, o guardarlo attraverso finestre molto strette.”

(Alberto Savinio, Dico a te, Clio, Adelphi, 1992: in gentile e appropriato prestito.)

Grazie, Mario.

30 novembre 2010

Per la tua faccia mai accomodante, le tue parole sempre lucide, la ferocia come antidoto alla rassegnazione che invelenisce ogni età, l’umanità semplice e allo stesso tempo contraddittoria di tutti i tuoi film.
Il mio preferito? Da buona abruzzese, direi Parenti Serpenti (per ulteriori approfondimenti, segnalo la bella puntata dedicatagli da Simone Annichiarico ne “La valigia dei sogni”), anti-presepe domestico popolato da figurine familiari costrette a scontrarsi con gli spettri del Natale e della vecchiaia, e con un “botto” finale che tu, al contrario degli anziani protagonisti, non subisci ma scegli.

Art & Copy

15 novembre 2010

A film “about the innate human urge to express oneself creatively”: makes me feel the urge to see it immediately!
(Thanks to Andrea for the tip)

Low-cost love

29 aprile 2010

Dalla tresca romanesca interpretata dagli eccezionali Vitti, Mastroianni e Giannini (proposta ieri sera a sorpresa da Rai3 in omaggio al grande Scarpelli) alle liaison francesi di Antoine Doinel fino ai recentissimi amori in/di crisi descritti da Soldini, le “corna” sono sempre state molto cinematografiche. E pubblicitarie, anche: in questi giorni ad esempio la mia città è tappezzata da manifesti 6×3 inneggianti all’amore clandestino ed economico. La headline, semplice e diretta, afferma che all’Hotel XXX (notissima versione locale dei love hotel giapponesi) bastano solo 20 Euro per assicurarsi una camera discreta, al riparo dai furori del coniuge/compagno tradito. Il visual? Merita, e spero di poterlo presto immortalare e riprodurre qui.

Per grazia ricevuta

23 febbraio 2010

“Però, la miracolata non ha mica ringraziato Dio!”, così le bizzoche dell’ex cinemino parrocchiale dove hanno appena proiettato Lourdes commentano deluse il film a proiezione finita. Sono comprensibilmente spaesate: l’agnostica protagonista Christine, una ragazza affetta da una malattia degenerativa senza nessuna speranza di miglioramento, dichiara infatti di andare in pellegrinaggio al santuario mariano più per ragioni turistiche “almeno così posso viaggiare un po’” che fideistiche, passando attraverso le abluzioni e le celebrazioni di rito senza particolare trasporto, anzi (“Perché proprio a me?”, chiede al prete durante la confessione; “Sono sempre arrabbiata, invidio gli altri che stanno bene, che hanno una vita normale”. “Che cos’è normale?”, ribatte il prete; “Davvero pensi che chi invece può camminare sulle proprie gambe sia felice?”). La grande assente del film pare insomma proprio la fede, o per lo meno la spiritualità. E’ presente invece la fisicità: quella dei malati, rappresentati con una regia fredda e spoglia che ne sottolinea i corpi contorti, e quella sana degli accompagnatori, dei volontari che flirtano tra loro, intrecciando storie più e meno lecite all’ombra del santuario (tra parentesi: vivissimi complimenti alla regista per essere riuscita ad ottenere il permesso di girare sul posto). Tra questi, un “piacione” molto moro, sposato e corteggiato cattura da subito l’attenzione di Christine, regalandole inaspettate premure quando è malata e cauti baci una volta guarita. Un miracolo senza urli, pianti, preghiere o conversioni: semplicemente una notte ci si sveglia, ritrovandosi con le membra sciolte e pronte ad alzarsi dal letto. L’anziana compagna di stanza spia i primi gesti della ragazza, squisitamente femminili: va in bagno a pettinarsi finalmente con le sue mani, a infilarsi nei lobi i pendenti.
Al mattino, la tranquilla, timida gioia di Christine fa deflagrare lo stupore e, soprattutto, l’invidia tra gli altri pellegrini (“Perché proprio a lei il miracolo, a una che non ha fede?”, chiede qualcuno al prete che ribatte: “Dio è libero”): un’invidia palese, come quella della madre che ogni anno accompagna la figlia disabile in inutili viaggi della speranza, o mascherata da commenti e sorrisi melliflui tipici delle bizzoche ficcanaso. Sinceramente contento per lei pare solo l’anziano e scettico medico che la visita con delicatezza e scrupolo, accertandone il processo di guarigione, invitandola a stare molto all’aria aperta. Invito che lei prende alla lettera, dato che il giorno prima della partenza va non solo a godersi un gelato sulla veranda di un caffè, ma addirittura a fare un’escursione in montagna.
Un film per niente scontato, con un finale fastidiosamente aperto: lo spettatore ha infatti appena iniziato a digerire la tesi dell’imperscrutabilità della vita e dei disegni divini, sorride alla coppia miracolata-piacione che balla stretta un lento durante la festa finale in onore dei partecipanti al pellegriniaggio, che Christine vacilla, cade, si rialza a fatica; l’imbarazzato accompagnatore si allontana e lei torna a sedersi sulla sua vecchia sedia a rotelle: forse il suo miracolo è solo un miglioramento temporaneo, forse è la punizione per non aver ringraziato abbastanza, forse si tratta di debolezza passeggera e lei potrà presto rialzarsi, costruirsi un futuro. “Se è duraturo, è un miracolo e viene da Dio, altrimenti…”, scuote il capo uno dei pellegrini. “Ma se non è stato Dio a farlo, allora chi?”, chiede una delle bizzoche, mentre le note stonate di un’improbabile “Felicità” in karaoke coprono ironiche ogni dubbio, ogni risposta.