“Lu cùle”, “la còcce” e “lu fìsiche”

30 luglio 2014

Fortuna, astuzia e DNA. O, se preferite la versione abruzzese: “lu cùle”, “la còcce” e “lu fìsiche”. E’ grazie a una speciale combinazione di questi tre elementi che Venanzio e Sergio sono riusciti a cavarsela, a uscire vivi dalla terribile esperienza dei campi di concentramento nazisti. E tu, in quanto abitante dell’era del cosiddetto terziario avanzato, dovresti prenderli ad esempio, accettando in primo luogo il fatto che oggi sei ridotta a livelli di mera sopravvivenza materiale.
Per quanto il paragone possa sembrare irrispettoso, ti sorprendi a cercare ulteriori analogie. Anche tu sei schiava: di un sistema perfettamente oliato, quello del precariato intellettuale, da cui fuggire è quasi impossibile. Anche tu sei spogliata: della tua identità professionale, e non sai di cosa vivrai domani, da dove e se ti verrà un altro incarico, e quanto tempo durerà, e quando e se ti pagheranno, e quando e se pagherai le bollette o mangerai (paracaduti familiari a parte).
Minacciata in modo più o meno sottile e mobbizzata da lavoratrice dipendente, quando “freelance” (sic) o semiautonoma ridotta a combattere per conquistare un misero articolo, una risibile collaborazione, a inseguire donatori di lavoro che trovano, sempre!, il tempo per proficui incontri e relazioni d’affari altre ma mai per te; sfinita da una serie interminabile di forse, di se, di risentiamoci, di aggiorniamoci a, di silenzi, di vaghezze precedute da illusioni e seguite da delusioni. E hai voglia a cercare solidarietà, spirito di gruppo, idee per uscirne: alla prova dei fatti, dopo i buoni propositi, i “diamoci da fare”, i “pensiamo a un progetto”, i “cerchiamo fondi”, finanche europei, finanche tramite crowdfunding, alla fine, fine, fine la realtà è sempre questa: ognuno per sé, mettendo in gioco la propria quota di “cùle”, di “còcce” e di “fìsiche”, e Dio per tutti. In un paese come il nostro, dove l’Innovazione e la Meritocrazia sono solo belle parole da sbandierare a convegni e talk show, non potrebbe essere altrimenti. Purtroppo.
Potrete dirmi che no, ho torto: che anche, perfino in Italia esistono segnali di speranza e di ripresa, esempi concreti e positivi di realtà che ce l’hanno fatta a realizzare un’idea imprenditoriale e/o culturale remunerativa per tutti i loro soci/attori, e ciò proprio grazie a remoti finanziamenti europei colti sul tempo (e in barba alla loro sfinente burocrazia), al crowdfunding di anime buone, all’interrogativo Che Fare tradotto una volta tanto in esclamativa pratica; ma si tratta pur sempre di esempi più unici che rari, altamente nocivi in quanto rischiano di alimentare in me, in tutti noi che restiamo nostro malgrado fuori da queste fortunate dinamiche, l’llusione che prima o poi anche noi ce la faremo, e che vale la pena di continuare a frustare, ancora una volta dai, ché potrebbe essere quella buona!, i nostri stremati cavalli.
Per quanto tempo ancora vuoi continuare a illuderti? Ah, ma sapete, giusto ieri hai fatto un colloquio con quel politico, forse ti ci scappa una collaborazione come ufficio stampa… Ah beh, auguri tanti allora (pollastra).
Eppure, se “il buon giorno si vede dal mattino”, avresti dovuto capirlo da tempo, che la cultura e la letteratura non ti avrebbero mai e poi mai dato da mangiare, e agire di conseguenza: forse già da quelle prime 100.000 lire che nel 1995 mettesti in mano alla futura presidentessa di una mai nata cooperativa culturale. Lire mai più riviste, ovviamente, e finite con molte probabilità in una pizza&birra&canne collettiva a cui non sei stata invitata, pollastra.
Eh no, non ti è bastato. Sospinta da un’altalena di lavori e lavoretti più e meno prestigiosi, ma tutti nel settore che più ti affascinava, per anni e anni e anni hai continuato a illuderti che fosse possibile per te guadagnarti da vivere… scrivendo.
Su questa altalena, ci hai persino costruito questo blog. Ci hai persino scritto un romanzo, persino segnalato al Calvino. E a un certo punto della tua vita professionale, vedendoti finalmente controfirmato un contratto a tempo indeterminato, hai perfino creduto di avercela fatta, di appartenere alla schiera degli happy few – per di più senza raccomandazioni, “solo con le tue forze”. Pollastra!
Infine, uscita dalle grazie del donatore di lavoro di turno e punita con la messa “in cassa” (integrazione, in deroga), ti sei illusa che l’unione potesse fare la forza. Da pollastra invitta, hai cercato solidali, sperando che qualcosa potesse cambiare. Che insieme, ce l’avresti fatta. Che la via d’uscita al precariato spinto passasse per gruppi, sindacati, network. Ma non hai considerato la tua allergia innata alle “famiglie”, che non ti ha mai portato ad integrarti fino in fondo e con piena convinzione in aziende, comitive, associazioni, antologie.
Unica (di fatto, perché senza fratelli) fin dalla nascita, hai creduto che questo ti autorizzasse a sentirti speciale, pollastra. O a fare come se fossi speciale. Non l’avevi e non l’hai ancora capita, la dura lezione dei campi di concentramento. Adesso prendine atto, e vai avanti per la tua strada.
Sì, ma quale strada? Non quella percorsa finora, of course: per troppo tempo ti sei infognata, impantanata nella passione per la scrittura e la cultura, illudendoti che unita alle tue doti, esperienze, intuizioni, predisposizioni e impegno ti avrebbe dato da mangiare. Non è così, e non solo per te, pollastrella senza santi in paradiso: chiudono i giornali, ultimo esempio l’Unità, dove persone molto più valide e preparate di te hanno fatto gavetta e carriera, da semplici polli in batteria a speciali galli da combattimento. Ti dispiace adesso vederli chiudere e starnazzare? No. Anzi, auguri a tutti gli altri giornali nazionali la stessa meritata sorte, così la facciamo finita una buona volta con l’italocentrismo imperante e lo scrivere le cose aggratis per avere ‘visibilità’, perché fa figo, perché bisogna “esserci” (ricordi il tuo botta e risposta via mail con il direttore del Post? Ecco). Vorrà dire che leggerai altri giornali, giornali esteri, a tutto vantaggio della tua apertura mentale. E che forse andrai ad ingrassare le fila dei cervelli in fuga, chissà. Nel frattempo, farai bene a smetterla di predicare in un senso e di razzolare nell’altro. E terrai bene a mente non solo che ci vogliono “lu cùle”, “la còcce” e “lu fìsiche”, ma che soldi e passioni (Hugh McLeod li ha chiamati Sex and Cash) vanno tenuti molto, ma molto ben distinti.

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A qualcuno piace freddo

16 giugno 2014

Creatività, coraggio, spiagge selvagge e granite DOC: oggi la seconda puntata della mia rubrica su Abruzzo Popolare, dedicata alle “persone comuni che fanno cose fuori dal comune”.

Sorvegliato speciale

19 maggio 2014

“La mattina in cui mio padre pisciò en plein air davanti a tutto il quartiere io non c’ero.”

Una mia storia, più vera del vero, è ospite oggi della rivista online di Violetta Bellocchio

Assuefarsi

28 aprile 2014

Ore 8 del mattino, dalla televisione a casa dei tuoi eternamente fissa su Rai1 risuona stentorea la sigla del TG. Corri ad abbassare il volume, ma tra i titoli di testa fai in tempo a sentire “Pescara”. Rialzi il volume. Nell’attesa di ulteriori dettagli, ricapitoli le ultime occasioni in cui la tua città e la tua regione sono stati nominati nella cronaca nazionale: terremoti, inondazioni, scandali, vediamo cos’è successo stavolta…

Dopo due anni di cocopro e coccodè, hai conquistato un tesserino da pubblicista; bene, brava, ad maiora! Se però dopo questo ambito traguardo tu fossi riuscita ad entrare almeno in una redazione locale, magari sarebbe toccato a te oggi dare la notizia: come lo avresti fatto?

Un quartiere a rischio, una storiaccia di abusi, servizi sociali tagliati all’osso, ed uno spento, piovoso pomeriggio domenicale si accende all’improvviso dei bagliori di un incendio.

A bruciare è un’automobile con dentro un disgraziato, che per punire la sua compagna ‘colpevole’ di averlo denunciato per maltrattamenti ha deciso di darsi fuoco, chiudendosi nell’abitacolo insieme alla loro bambina di cinque anni”.

E poi giù dettagli orridi e sordidi: l’intervista ai soccorritori che descrivono i cadaveri carbonizzati, le urla della madre gravemente ustionata nel tentativo di salvare la figlia, i pettegolezzi dei vicini, il dolore dei parenti, la ricerca delle responsabilità, le analisi sociologiche, bla bla bla bla.

Tutto vero. Tutto scontato. Tutto inutile, se dopo sole due ore e una bella doccia tu di questa notizia te ne sei già dimenticata. E non sarà certo scrivere un post come questo che potrà combattere l’assuefazione, tua e altrui, alla cronaca del male.

Tragedia a Pescara

No mistakes, no Tango

4 aprile 2014

Nelle cose migliori si inciampa per caso: ci si ferma un po’ stupiti, il tempo di rimirarle e dirsi Però, ma guarda, come ho fatto a non pensarci, in fondo perché no?, e si decide di seguire un’idea, una provocazione, un’occasione magari sfiorate in un tempo lontano, ma mai approfondite.

Quel pomeriggio in cui Marina te lo ha proposto (“domani sera vado a una lezione di prova insieme a una mia amica, perché non ti unisci a noi?”), hai avuto la sensazione che il tango argentino fosse sempre stato lì ad aspettarti, a mormorarti dentro: Vai, vai pure, scappa, viaggia, lavora, scrivi, nuota, corri, innamorati di altro e di altri… tanto, prima o poi, tornerai da me! Già molti anni prima avevi provato ad avvicinarti al suo universo, ma la carenza di strutture e di maestri nella tua regione ti aveva fatto desistere; adesso però, con la scuola a soli dieci minuti da casa, non hai più scuse.

La prima lezione è l’uragano Andrea, che tra dimostrazioni, spiegazioni e incoraggiamenti riesce a buttarti nella mischia milonguera e a convincerti che ballare il tango è un’arte complessa ma allo stesso tempo semplice, e che ce la puoi fare, puoi imparare e persino, metterci del tuo: sì, proprio tu, con tutti i tuoi difetti e le tue incertezze. Lo affianca l’indispensabile Luisa, eleganza e flessuosità personificate, miraggio delle principianti.

Per la seconda lezione ti sei già comprata delle vere scarpe da tango, dotate di tacchi corrispondenti alle tue aspettative: non troppo basse, ma nemmeno vertiginose – prudente e vanitosa allo stesso tempo, una vera Bilancia; se poi riuscirai a proseguire, ad approfondire, a non fermarti alle prime inevitabili difficoltà, ti premierai con un nuovo, più ardito paio.

E ieri sera, mentre guardate con un misto di ammirazione, scoraggiamento, invidia e smania di emulazione la jazzistica sintonia dei ballerini di livello avanzato, arriva l’epifania, sussurrata da una principiante che ha iniziato insieme a te: “Guarda che noi è solo da un mese che balliamo, non te lo dimenticare!”.
COSA?

No, non è possibile… un mese soltanto? Se n’è volato tra ochos, paradas, controtempi, incroci, camminate, piedi pestati, imbarazzi, errori, ripetizioni, collisioni con altre coppie, risate, prese per il culo, sudate, corpo a corpo con abilità, altezze, prese, pesi e odori diversi, resistenze, abbandoni, senso del ridicolo, senso della misura, senso del bello, corteggiamenti durati il tempo e lo spazio di una tanda e su tutto, tanto preziose quanto rare, la magia e la poesia di quegli attimi in cui tu e il partner di turno siete uniti dal respiro comune della musica.
E non c’è bisogno di Al Pacino per dirsi che sì, vale la pena continuare: Just tango on!

Scalata al successo

9 gennaio 2014

Al MaRT di Rovereto, perso nella moltitudine di opere della sezione “La magnifica ossessione”, un suggestivo, straniante, beffardo, (e)scatologico monito sulla vanità di tanti egotistici sforzi.

Visione consigliata tanto a workaholics integrati in piena ascesa, quanto a reietti “avanzi di carriera” in caduta libera.  

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Vezzeggiativi ferini

7 dicembre 2013

Dal pilastro centrale del Ponte del Mare, Tigrotto si dichiara a Cinghialotta.

da Tigrotto a Cinghialotta

Buongiorno, alluvione

2 dicembre 2013

Buongiorno, alluvione

Il risultato di 24 ore ininterrotte di pioggia nel mio quartiere: San Donato, a Pescara.

Ritrovamenti, ricordi e ripartenze

24 novembre 2013

Every cloud has a silver lining, direbbe il tuo amico inglese ottimista fino allo stremo, se sapesse che anche la “tua” nuvola sta mostrando spiragli di luce argentea.
Lo spiraglio più grande è il tempo a disposizione, che ti porta sì a soffrire momenti di vuoto cosmico ma anche a ritrovare persone, situazioni, occasioni di collaborazione e di espressione; a riscoprire la passione che ti animò nei cinque anni di Istituto d’Arte, sezione Arte della Stampa, “quando la stampa era ancora Stampa”, concordi con la prof di laboratorio allergica come te al digitale, mentre vi sorridete abbracciandovi forte.
Perché in fondo ha ragione Fausto, anima di tante iniziative culturali a cui qualche volta hai collaborato, il Fausto che da adolescente vedevi lavorare nel laboratorio tipografico accanto a voi allievi, tutti accomunati dallo stesso camice scuro (blu notte virato sul nero, il tuo) raccomandato dagli insegnanti per proteggervi i vestiti mentre vi macchiavate con inchiostri tipografici e litografici, caratteri mobili, vernici calcografiche, matrici serigrafiche, quando proclama, nella confusione di un affollato vernissage: “Noi siamo quello che ci insegnano!”.
E un altro squarcio si apre quando parlate con la studiosa dell’arte moglie del tuo compianto insegnante e titolare di laboratorio calcografico, che propone con l’ardita lungimiranza dei veri visionari di fondare in Abruzzo un Museo della Stampa ed un’associazione di ex studenti del glorioso Istituto Statale d’Arte “Vincenzo Bellisario” — diventato oggi nel postriforma scolastica gelminiana Liceo Artistico senza più anima.
La ascoltate incantate, tu e le tue sempiterne amiche compagne di classe, e vi ripetete quanto siete state fortunate a studiare in una scuola che vi faceva lavorare anche con le mani, che ve le faceva sporcare e poi lavare e rilavare con una sabbiosa, puzzolente ma efficace pasta lavamani; che vi faceva fare sette ore di lezione tutti i santi giorni per poi lasciarvi uscire alle 14.20 nelle strade deserte del postpranzo, sgombre degli alunni degli altri istituti che erano già da un pezzo volati via dai rispettivi portoni, verso il piatto caldo che li aspettava a casa; in una scuola dotata di insegnanti che avevano il coraggio, la voglia e la pazienza di caricarvi sugli autobus e portarvi, ormoni e stomaci in subbuglio, su e giù per l’Italia (al quarto e quinto anno poi, visto che ormai eravate grandi, perfino all’estero) per mettervi ore e ore in serpentina e disciplinata fila davanti agli ingressi di mostre e musei di arte antica, moderna e contemporanea che vi avrebbero spalancato il cervello; una scuola che vi sfidava ad uscire dal bozzolo delle sue aule per scoprire la competizione dei concorsi nazionali di grafica; una scuola che ogni santo martedì grasso vi dava l’occasione di sfogare la vostra creatività in costume (l’invidia degli altri alunni la mattina di Carnevale sugli autobus quando salivate voi, colorati e pittati dalla testa ai piedi: “Ma andate in classe conciati così??” “E certo, noi siamo dell’Istituto d’Arte!”); una scuola che ogni anno in primavera, complice un preside tollerante e viveur, organizzava in cortile una pantagruelica mangiata di fave, pecorino, pane, olio e vino DOC, portati fin lì in voluminose sporte dagli allievi dei paeselli della provincia, contagiando in voraci assaggi anche i professori più compassati e tradizionali.
Una scuola che scoppiava di vita e di creatività, una scuola sismicamente non a norma, che tremava ad ogni passaggio di camion, dove però eravate capaci di starvene ben fermi nelle ore di disegno dal vero, a riprodurre su fogli di ruvida carta da pacchi con carboncini e sanguigne le sagome e i lineamenti dei compagni presi a modelli; una scuola dove non ancora esistevano i software di grafica ma i compassi, le ecoline e le rapidograph maneggiati alla carlona bucavano e macchiavano irrimediabilmente i vostri fogli di carta Fabriano, costringendovi ogni volta a ricominciare daccapo, con maggiore cura ed attenzione. Una scuola scanzonata ma allo stesso tempo disciplinata, dove gli allievi più scalmanati che graffittavano sui muri dei bagni all’ultimo piano il bando del contest “Miss Tetta ’84”, si sarebbero poi trasformati a distanza di anni in professori essi stessi.

“Sono stati i cinque anni più belli della nostra vita”, dite stasera ai vostri ex prof. “Ma noi siamo invecchiati, eh?”, vi chiede di rimando uno di loro, insegnante nella contigua, concorrente sezione di Fotografia, memore della partecipazione a uno sfrenato pigiama party tenutosi durante la gita del quinto anno. “Macché, siete riconoscibilissimi!”, replichi, scatenando col tuo superlativo una risata incredula. Dopo tanti anni vi ritrovate tutti insieme alla presentazione di un libro e di una mostra dedicati alla riscoperta di Marino Di Carlo, bravo ma sfortunato artista di provincia che ebbe un periodo di gloria fuori dai confini regionali: il tarlo dell’arte infatti, a partire da quel memorabile quinquennio all’ISA, non vi ha mai abbandonati, anche se poi avete preso strade diverse e per tanto tempo non avete più saputo niente gli uni degli altri.
Poi sarà la vita che fa dei giri strani, sarà che guardandone a ritroso le tappe e gli snodi tutto torna (si riesce cioè ad “unire i puntini”, come ti dice spesso e volentieri qualcuno, trovando così una logica ed un senso fino ad allora nascosti), sarà che il seme gettatovi a scuola ha messo frutti che continuano a maturare nei decenni, come gli olivi; fatto sta che siete lì in cerchio, a guardarvi sorridendo, con la nostalgia e la complicità di chi ha condiviso esperienze davvero formative, e non volete che tutto si esaurisca in questo evento, a cui hai partecipato anche tu con un testo* che adesso campeggia, replicato in una pila di copie sul tavolino dell’ingresso, ingrandito e incorniciato d’azzurro su una parete. Un evento che ti ha fatto conoscere persone capaci e appassionate, in grado di spendere anni dietro a un progetto, un libro, una mostra, e di accompagnarli con cura in ogni minimo particolare.
Sei qui, a riabbracciare il tuo passato con la testa e il cuore affollati di sogni e progetti per il futuro, e non ci saresti se una nuvola non si fosse soffermata sulla tua vita professionale, offuscandoti la vista e l’umore ma allo stesso tempo liberando un orizzonte che si faceva ogni giorno più chiuso, permettendoti così di guardarti intorno, di guardare indietro, avanti, oltre e (magari, finalmente!) di ripartire.

DiCarlo4

* Il genio nascosto che lascia il segno

Nemo propheta in patria: il motto valido per tanti, abruzzesi e non, emigrati altrove a cercar fortuna, si potrebbe applicare anche a Marino Di Carlo, figlio misconosciuto di Loreto Aprutino, del quale celebriamo oggi una tardiva quanto meritata riscoperta.

Marino mette in pratica fin da ragazzo la sua innata attitudine al disegno e alla decorazione, sviluppandola prima nella scuola d’arte e poi nella tipografia del paese, circondato e incantato da quella natura che sarà per lui costante fonte d’ispirazione. A vent’anni, segnato da una forte delusione d’amore (la donna che ama parte per l’America, in sposa ad un altro) e spinto dall’urgenza di trovare alternative al lavoro nei campi che non sente proprio, compie da “cervello in fuga” ante litteram il grande salto: emigra al nord, alcune fonti dicono a Milano, dove probabilmente frequenta l’ambiente di Brera e vede pubblicati i suoi primi lavori come disegnatore; poi si sposta a Firenze, in cui trova l’atmosfera ideale per far fiorire il suo talento di grafico a tutto tondo.

Nella città che fu culla del Rinascimento, Marino mette finalmente su bottega aprendo la sua “Casa di pubblicità”: le dà un nome semplice e moderno, “Bianco e Nero”; stabilisce fruttuose collaborazioni con le maggiori riviste e aziende dell’epoca, guadagnandosi la stima di figure eminenti della grafica e dell’editoria italiana, come il bolognese Cesare Ratta, l’editore Carabba, il conterraneo Zopito Valentini. E con le sue capacità andrebbe incontro a glorie sempre maggiori se a un certo punto del suo percorso, sospinto non si sa più se da una crescente nostalgia della terra natia (con la quale, nonostante la distanza, non ha mai interrotto i contatti), o piuttosto da quel sotterraneo, masochistico impeto di autodistruzione che spesso coglie chi non è abituato agli apprezzamenti e agli allori, non decidesse di tornare al suo paese.

Lì ritrova luoghi familiari e persone che senz’altro gli vogliono bene, ma anche molto meno spazio e pochi stimoli per alimentare il suo talento. Allora, come tutti i veri artisti, Marino fa da sé, fa comunque, ad ogni costo, perfino a costo zero: s’ingegna, si adatta, progetta, disegna e dipinge logotipi, insegne, cartelli, manifesti, vetrine, addirittura ricami per corredi, punteggiando i negozi e le case di Loreto Aprutino con le sue creazioni per compensi ridicoli.

Il suo multiforme talento artistico resta immutato; colpisce invece il declino fisico, evidente se si confrontano la foto che lo ritrae giovane a Firenze, la chioma folta e gli occhi accesi da grandi speranze, con quelle degli ultimi anni loretesi, che raffigurano un uomo dimesso, dall’aria gentile e rassegnata. Reclusosi in una solitudine quasi monastica, scandita da parche abitudini, non gli importa che intorno a lui crescano le voci e gli aneddoti che lo dipingono “strano”, “particolare”: pare deciso a vivere con pochissimo, basta solo che gli si dia modo di esprimersi, regalando frammenti di bellezza ai suoi paesani.

Tanta trascuratezza e oblio di sé alla fine lo vincono: verrà trovato morto sul ciglio della strada come un clochard, ma sepolto da un candido manto di neve… come se la natura stessa che tanto lo aveva ispirato si fosse commossa ed avesse voluto rendergli l’estremo omaggio. Marino Di Carlo però ha lasciato il segno, che riemerge intatto nella sua modernità, preservato dalla neve del tempo, grazie ad alcuni concittadini dalla sensibilità affine che oggi raccontano a tutti noi, attraverso una mostra e un libro, la vita e le opere di uno “sventurato di talento” povero di mezzi ma ricco d’ingegno.

DiCarlo

Me la suono e me la canto

21 novembre 2013

Per la serie “gli impubblicabili”: come rompere le scatole a un operoso liutaio per ricavarne un inutile articolo.

Liuteria che passione
Tra musica e artigianato, il fascino di un mestiere antico ma sempre attuale

Proclamata dall’UNESCO nel 2012 “Patrimonio Immateriale dell’Umanità”, la liuteria di Cremona ha in Abruzzo un numero crescente di seguaci. Alcuni ne fanno addirittura una professione, dopo percorsi di studio e lavoro del tutto differenti. E’ il caso di R., liutaio a Pescara: “Dopo il diploma di perito agrario, ho iniziato a lavorare come magazziniere in un’azienda farmaceutica”, racconta. “Nel tempo libero mi dilettavo a suonare vari strumenti ad arco, e da autodidatta ho appreso le basi della loro fabbricazione”. D’altra parte, il tarlo del lavoro artigianale R. ce l’ha nel sangue: “Mio padre realizzava capi in pelle, mi ha trasmesso il gusto della manualità”.
Grazie all’amicizia e ai consigli di un maestro di Cremona, l’hobby della liuteria acquista sempre più spazio nella vita di R., fino alla svolta nel 2005: “Mi sono licenziato e ho aperto bottega, contando sull’appoggio di mia moglie e su un finanziamento della CNA; gli strumenti necessari, li avevo già accumulati negli anni”. Sgorbie, scalpelli, seghetti, tavole di legni pregiati, vernici e resine naturali: R. maneggia attrezzi e materiali seguendo tecniche secolari. Tra i suoi clienti, privati e Conservatori, per cui fabbrica e restaura strumenti ad arco: violino, viola, violoncello, contrabbasso… “quelli ‘a pizzico’ come la chitarra non sono nelle mie corde”, scherza.
Una vocazione tardiva ma tenace, la sua: “Non tornerei mai indietro, ci ho guadagnato in salute e non solo: per gli interventi di manutenzione e restauro si parte dai 500 euro, mentre il prezzo di un violino fabbricato ‘ad arte’ si aggira intorno ai 5000 euro. Gli altri strumenti, più grandi, sono ovviamente più costosi”. Costoso perché pregiato è anche il legno che R. utilizza: “Lo acquisto già stagionato, poi proseguo la stagionatura in magazzino, per fargli acquistare maggior valore, stabilità e leggerezza. Per la tavola armonica uso l’abete rosso della Val di Fassa, per il resto l’acero marezzato dei Balcani, le cui striature permettono un’ottimale vibrazione e qualità del suono”.
Gli chiediamo qual è il lato più bello del suo mestiere: “Sentir suonare da altri uno strumento costruito da te”. E il peggiore? “Quello burocratico-amministrativo, che sottrae tempo prezioso al lavoro”.
Consiglierebbe ai giovani di fare i liutai? “Certo, se c’è passione per la musica e l’artigianato. Io, pur di cominciare, ho iniziato usando come laboratorio la mia camera da letto”, ricorda sorridendo. “Poi contano le competenze: aiuta saper suonare uno strumento, avere una buona manualità, uno spiccato senso estetico e soprattutto pazienza: solo per fare un violino, occorrono almeno due mesi!”, ammonisce R. e conclude: “Oggi per inventarsi un lavoro bisogna proiettarsi in avanti, oppure tornare al passato… io ho scelto la seconda via: questo è un mestiere che è rimasto inalterato nei secoli”. 

Dove si impara
Le Scuole per liutai più rinomate sono la “Stradivari” di Cremona, la Civica di Milano e quella di Gubbio. Alcune regioni organizzano anche corsi di formazione professionale mirati, con possibilità di apprendistato. Dopo il diploma e il tirocinio, lo sbocco naturale è l’attività in proprio.

I costi per aprire bottega
Si parte da un investimento iniziale di 20-25.000 euro, somma che comprende le spese fisse e l’acquisto dell’attrezzatura di base. Meritevoli di attenzione, le agevolazioni e i finanziamenti a favore di imprese artigiane: le informazioni sono reperibili presso CNA e Confartigianato.