Over the Rainbow

11 novembre 2013

Over the Rainbow

Franca Rame, le parole per dirlo

29 Maggio 2013

Ero poco più di una bambina, avevo una famiglia molto tradizionale e idee ancora astratte sulla meccanica del sesso quando una sera mi ritrovai sprofondata nel divano, seduta a fianco dei miei genitori, a guardarla e soprattutto ad ascoltarla, trasmessa in bianco e nero dal Philco del salotto.

Fino ad allora il televisore per me era stato un giocoso soprammobile, col suo succedersi di Caroselli, fumettintivvù, happydays e — supremo brivido nella lotta contro il sonno — l’inquietante sigla notturna di fine programmi Rai.

Non capivo come mai i miei avessero deciso di non spegnerlo, quella sera, e di stare a sentire quella bionda, eterea, bella e colta attrice raccontare una cruda verità, usando termini che avevo sentito soltanto sulla bocca dei peggiori bulletti del mio quartiere popolare; termini che mi era assolutamente vietato non dico pronunciare, ma anche solo pensare. Monologate dalla splendida maschera da teatro greco di Franca Rame, adesso quelle parolacce indicibili, insieme alle immagini intollerabili che evocavano, erano rivolte a noi, proprio a noi tre, impietriti lì sul divano. Risuonavano nel buio del salotto, amplificate dal nostro silenzio, come le lente preghiere di un prete che dice messa solenne.

Il teatro può essere sacro, questo lo avrei imparato all’università; il teatro può essere denuncia, catarsi, vendetta, civiltà.
Nel mentre, ho quasi odiato i miei per avermi obbligata ad assistere a quello Stupro. Poi ho capito che mi avevano fatto un grande favore a non cambiare canale, a non censurarmi la violenza e l’orrore, allo stesso modo in cui da piccola mi avevano portato a dare l’ultimo saluto ai nonni composti nelle bare ancora aperte; e che ascoltare, guardare, sopportare Franca Rame era stato un gesto civile, partecipe e solidale, come votare.

Da quella sera e per sempre, per me Franca Rame vive.

 

Copywriting is Not Dead

12 marzo 2013

Image

Le ragioni del corpo #1

24 gennaio 2013

Arriva il momento in cui si impongono. Soffocano i tuoi tentativi di zittirle, di non starle a sentire, di rimandarle a tempi migliori, più rilassati, più comodi, più vitali: tempi con più tempo. Tempi in cui il tempo non è divorato, rubato, o irritabilmente sprecato; ma guadagnato, assaporato e felicemente perso.

Le ragioni del corpo hanno sempre ragione; non devi quindi stupirti se, quando trovano voce, il loro tono è perentorio, inesorabile. Il corpo, infatti, non vuole sentire (le tue) ragioni. Esasperato dalla lunga attesa, se ne frega delle sacrosante scuse che gli hai opposto ogni giorno, per mesi, ogni volta che, a voce ancora sommessa, provava a ricordarti che, nella tua adulta vita di impegni, doveri e preoccupazioni, c’era anche lui; e che non gli bastavano quei pochi risicati piaceri da fine settimana per funzionare a dovere, per esserti felice compagno di vita.

Lo hai schiavizzato e ignorato quando ti chiedeva un’attenzione vigile e premurosa, blandito con ascolti distratti e buoni propositi, automatismi salutari senza cuore, fatti solo per metterti a posto la coscienza: Lo vedi, corpo, che a te ci penso? Ti porto a correre ogni tanto; ti nutro bene, forse pure troppo; adesso non ho tempo per fare altro, ma vedrai, con la bella stagione…

Lui però non ci è mica cascato. Vuole com-partecipazione, pratica e attiva, costante, non una sequela di intermittenti abitudini sane solo in teoria; vuole che dai orecchie ai suoi messaggi, occhi ai suoi segnali, bocca per alimentarlo di quello che gli serve in un dato momento specifico, non di quello che tu hai già preparato in tutta fretta e adesso fai il bravo e mangia questa minestra, corpo: quello che ti va, lo cucinerò un’altra volta.

Ogni tanto pensavi che sarebbe stato il caso di toccarlo un po’ di più, per fargli sentire che ci sei ancora, che di lui ti importa e molto: che non era solo il tuo schiavo e servitore, ma amico e complice. No, sarebbe troppo difficile, fermarsi… tu hai fretta, non hai tempo, ma ragioni che ti spingono avanti-avanti-avanti: così lo hai dato per scontato, come un buon acquisto, un “buon usato” senza brutte sorprese, fedele negli anni. Gli hai imposto, invece, sforzi improvvisi, ritmi militari, rimandando al contempo le visite specialistiche, l’acquisto di nuove scarpe da running, l’iscrizione in piscina quando lui ti chiedeva Acqua! Acqua!!, Acqua!!! Ci avresti pensato dopo, alla sua sete di nuoto; quando avresti avuto più tempo.

Così lui ha smesso di mormorare ed implorare. Il primo urlo l’hai sentito in un tardo pomeriggio, mentre uscivi di corsa dall’ufficio temendo di perdere il treno; ha urlato attraverso le tue vertebre lombari, L2-L3, bloccandole in una morsa agghiacciante e allo stesso tempo elettrica: una saetta di puro dolore ha fatto zig-zag nella tua colonna, L2-L3, fin su al cervello, e poi di nuovo giù, L2-L3, L2-L3, scaricandotisi infine nei lombi.

Ammutolisci. Arranchi come un centenario alla fermata del treno, mentre le tue vertebre lombari continuano incazzate ad ululare L2-L3, L2-L3. Arriverai dopo un secolo a casa, finalmente, e scoverai in un cassetto l’ultima pillola di antidolorifico – zitto, corpo, zitta, schiena! Qui c’è gente che lavora. Che deve dormire. Che domani deve alzarsi presto. E loro si zittiscono: non del tutto, giusto il tanto che basta a farti rattrappire, cauta, su un fianco e addormentarti.

(continua)

 

Un’Occasione di incontro

14 novembre 2012

Comunicazione di servizio: questo venerdì alle ore 19 presso il circolo Aternino a Pescara vecchia sarà presentata (nell’ambito del Festival delle Letterature dell’Adriatico) l’antologia “L’Occasione”, in cui è pubblicato anche un mio racconto, Nunzio Show.
Ovviamente ci sarò, insieme ad altri autori, e mi farebbe piacere cogliere “l’occasione” (ah, ha!) per incontrarvi e, per chi vuole, andarci a mangiare insieme una pizza, dopo :-)

Qui sotto, una foto scattata alla presentazione dello scorso venerdì sera a Lanciano, nella bella-bella-bella Libreria D’Ovidio. In basso a sinistra della lavagna, era esposto l’ultimo romanzo di John Irving fresco di pubblicazione: una tentazione a cui non ho saputo resistere.

Image

 

 

Piazza Pulita 2 – la vendetta

18 ottobre 2012

Anche quest’anno, partecipo al Festival Letterario “Montesilvano Scrive”. Con un racconto intitolato “Piazza Pulita”, che in barba alla cura redazionale con cui è stato confezionato ed inviato, è stato successivamente “sporcato” con refusi e formattazione a cavolo, e così postato sulla pubblica “piazza” da un frettoloso redattore ignaro di quanto possano contare spazi, interlinee, punteggiatura appropriati. Grrrrrrrrrr!
Mi vendico perciò di cotanta sciatteria pubblicandolo in versione integra(le) anche qui, ed invitandovi a votarlo qui.

Piazza Pulita

A certe domande vorrei tanto avere risposta.

Per esempio: chi ha trovato il nome per quel negozio di detersivi e prodotti per l’igiene… “Piazza Pulita”?

Davvero azzeccato, l’ho sempre pensato; per questo, quando ho deciso di partire, è lì che sono passato a comprare l’occorrente. Non avevo idea di quante cose avesse lasciato in ufficio mio figlio, ma dato che in fondo non lavorava lì da molto, ho pensato che un rotolo di sacchi da immondizia, insieme ad un paio di guanti di gomma, fosse più che sufficiente.

Alla fine, per fare piazza pulita sono bastati due sacchi soltanto. Le sue cose ci sono andate dentro giuste giuste. Precise, pulite. Adesso che li ho sistemati nel bagagliaio, posso finalmente togliermi questi guanti, buttarli via e mettermi alla guida.
Accendo la radio, salto da una stazione all’altra: solo canzonette idiote. E comunque nessuna musica, per quanto celestiale, riuscirebbe a scacciare la morsa infernale che mi stringe il cuore da quando ho ricevuto quelle telefonate.

La prima — la peggiore: “Suo figlio ha ammesso le violenze. Cercategli un buon avvocato”.
La seconda: “Per quanto riguarda le accuse a carico di suo figlio, potremmo puntare sull’infermità mentale”.
La terza: “Venga a riprendersi le cose di suo figlio: in quest’ufficio non vogliamo che rimanga più nessuna traccia di lui”.

Rispondere a quest’ultima è stato facile, concordavamo entrambi: prima andavo, meglio era. “Piazza Pulita” era ancora aperto: ho comprato quello che mi serviva e sono partito di corsa, viaggiando tutta la notte per raggiungere la città in cui mio figlio, la carne della mia carne, aveva scelto di trasferirsi. Voglio ancora illudermi che, così facendo, abbia cercato in qualche modo di allontanarsi dalla propria natura malata. Dopo il divorzio infatti, la bambina era stata affidata alla madre, e lui la vedeva solo nei fine settimana e a settimane alterne, quando come ogni buon papà diviso tornava a farle visita.
Nessuno nella nostra famiglia avrebbe potuto immaginare la vera natura di quelle “visite”.

Stamattina alle sette ero davanti al suo ex ufficio. Alle otto e trenta ho visto le porte girevoli inghiottire ad uno ad uno i suoi colleghi, freschi di barba e acqua di colonia. Ho immaginato mio figlio entrare insieme a loro, in un completo azzurro con cravatta, il volto liscio, le mani curate, e addosso l’odore pulito della doccia.

Alle nove, stringendo in pugno i miei acquisti da “Piazza Pulita”, sono entrato anch’io. Mi sono presentato alla reception e ho pronunciato il mio, il suo abietto cognome. Qualcuno, non ricordo che faccia abbia, è spuntato all’istante da non so dove e mi ha condotto, come si conduce un cieco, il cieco che sono stato finora!, alla sua postazione.

Ho infilato i guanti di gomma — non sopporto l’idea di toccare le stesse cose che lui ha toccato — e ho aperto il rotolo dei sacchi neri. Prendevo ogni suo oggetto con cautela, usando soltanto la punta delle dita, come se fosse stato un ratto morto, e sbanf!, lo sbattevo nel sacco. Credo che anche i suoi colleghi di stanza, impegnatissimi in dialoghi muti con i loro computer, stessero provando lo stesso schifo; non mi stupirei se, dopo di me, avessero chiamato un disinfestatore. Come se la pedofilia fosse un virus maligno, un mostruoso contagio della carne.
Finalmente ho fatto piazza pulita e sono andato via a occhi bassi, senza salutarli, come quando ero arrivato. Non me la sono sentita di metterli ancora di più in imbarazzo: come si può dire o rispondere “Buongiorno” e “Arrivederci” al padre di un ex collega che ha violentato la carne della sua carne?

Come si dividono il tempo e lo spazio di un ufficio con un pedofilo senza mai sospettarne la vera natura?

Come si sopravvive al rimorso di aver generato un mostro, come si attraversano gli sguardi di chi sotto sotto pensa che, se tuo figlio è un pedofilo della peggior specie, in fondo forse è anche colpa tua?

Perché non esiste un modo per fare, davvero, piazza pulita di tutto?

A certe domande vorrei tanto avere risposta.

Stringo il volante come se fosse un salvagente e io un naufrago. Mi toccherà riaccendere la radio: non voglio sentire neanche il minimo fruscìo di quei sacchi neri nel bagagliaio, rigonfi dei suoi maledetti effetti personali, delle ultime testimonianze di una vita apparentemente “normale”. Adesso voglio solo pensare… a niente, a guidare senza fermarmi più, guidare e basta, fino alla fine dell’orizzonte, fin dove nessuno conosce me, il mio sciagurato figlio, la mia sventurata nipote. Arriverò in una grande piazza, pulita, senza passanti né alberi, ma affollata di presenze strane e immobili, come in un quadro di De Chirico; un luogo senza sguardi né sentimenti, dove nessuno è carne della carne di nessuno, e tutti sono immersi in un unico, grande mistero.

Com’eravamo stupide noi, a vent’anni

16 settembre 2012

Poesia di autrice sconosciuta, appena ricevuta da una preziosa amica “storica”: di quelle che vi conoscete a vent’anni e negli anni riuscite miracolosamente a non perdervi, malgré la vie…

Com’eravamo stupide noi, a vent’anni indossavamo pesanti camicioni di lino,

allungavamo setosi i capelli a coprire volti freschi e lucenti;

com’eravamo stupide noi a vent’anni, con i nostri pensieri silenziosi,

raccoglievamo conchiglie perdute in tasche bucate,

allungavamo il passo lontano da spiagge affollate;

com’eravamo stupide noi a vent’anni sul molo,

gloriose, solitarie,

e vecchie,

così… stupide, sfruttate dal vento.

Punto e a Capo (sbornia post-vacanza)

19 agosto 2012

Tra la fine delle tanto sospirate vacanze sarde e il ritorno al tanto sospirato lavoro, la qui presente talassofila vuole mettere un punto e ripartire portando con sé le immagini delle acque cristalline di Santa Margherita di Pula

Finalmente Mare!

Plunge, splash, crawl, sigh!

…dello sconfinato, silenzioso orizzonte di Capo Sandalo

Questo slideshow richiede JavaScript.

The sound of silence

…nonché il fresco, pungente gusto ittico del carpaccio e degli elastici spaghetti dell’A Galaia

“come antipasto, vorrei del pesce spada affumicato su letto di lattuga e rucola con scaglie di parmigiano”

Spaghetto, m’hai provocato…

…e io mi ti magno!

…e il friccico centenario di un’ottima birra autoctona.

Salùt’ e bìv!

Oggi accadde

19 luglio 2012

Caldo, sole, l’estate in piena esplosione, con le lacrime a torrenti e la speranza a secco davanti al TG2 che trasmette macerie fumanti, auto sventrate, lacerti carbonizzati, pozze di sangue, facce disorientate. Vent’anni da allora, e mi sembra che sia successo venti minuti fa.

Ray Bradbury’s ‘optimal behavior’

7 giugno 2012

White Ray with black cat

In 2005, Bradbury published a book of essays titled “Bradbury Speaks”, in which he wrote:
In my later years I have looked in the mirror each day and found a happy person staring back. Occasionally I wonder why I can be so happy. The answer is that every day of my life I’ve worked only for myself and for the joy that comes from writing and creating. The image in my mirror is not optimistic, but the result of optimal behavior.

http://www.raybradbury.com/

Update: wonderful words of a wonderful person.